[WHFB][AoB] Cronache e storie del "Mondo Nuovo"

Discussioni su Warhammer Fantasy Battles o Age of Sigmar
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Baldovino I
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[WHFB][AoB] Cronache e storie del "Mondo Nuovo"

Post by Baldovino I » 26 Feb 2016, 12:49

PROLOGO
(Vecchio mondo: 2524-2528 del vecchio Calendario Imperiale)

Le divinità del Chaos vogliono la distruzione del mondo ed il sacrificio di milioni di anime per il loro divertimento. I quattro fratelli oscuri, però, non abitano il mondo dei mortali e devono affidare i loro intenti a manifestazioni demoniache che riescono a penetrare la realtà quando il reame del Chaos e quello mortale entrano in contatto o a umani corrotti.
Altre divinità camminano tra elfi, uomini e nani. E combattono al loro fianco...


Il mondo è precipitato nella guerra, flagellato da cataclismi, morte e distruzione.

Uthuan è sprofondata nelle acque. La scomparsa della loro patria ha fatto sì che i sopravvissuti delle tre razze degli elfi abbiano finalmente ritrovato una difficile unità sotto la guida di Malekith e Alarielle nel reame di Athel Loren.

Le fortezze naniche cadono una dopo l'altra sotto gli attacchi di orchi, goblin e uomini-ratto.

Il continente di Lustria è stato assalito da legioni di demoni e orde di skaven. Gli uomini-lucertola, pur sterminando centinaia di migliaia di nemici, hanno visto con crescente preoccupazione le loro citta-tempio cadere una alla volta, finché lo slann supremo, Mazdamundi, visto fallire il progetto degli Antichi, ha ordinato l'esodo e le immense piramidi del continente coperto dalla giungla si sono levate verso le stelle portando con sé le legioni superstiti di scinchi e sauri.

Le nazioni degli uomini sono assalite ovunque dai seguaci mortali ed immortali dei signori oscuri o da esseri dediti alla distruzione. L'Impero degli uomini e Bretonnia sono flagellati da invasioni di guerrieri del Chaos e Skaven. L'impero del Cathay è messo in ginocchio dalla più grande e letale invasione di pelleverde che il mondo abbia mai conosciuto. Dalle coste del celeste impero, la marea distruttiva si abbatte su Nippon, mentre tribù dopo tribù di Ogri voraci divorano i Regni dell'Ind. L'Arabia è stata messa in ginocchio dal passaggio di una scia di morte seguita al ritorno del Grande Necromante e alla sua conquista di Khemri.

Dopo l'invasione dei Glottkin e la distruzione di Altdorf, anche Middenheim è caduta davanti alle legioni sconfinate di Archaon. Egli ha trovato nelle profondità della terra sottostante una pietra, viva e pulsante, antica come il mondo. Non si tratta di un semplice sasso, ma di un artefatto in cui è racchiuso un potere sconfinato capace, se gestito correttamente, di essere sorgente di vita. Tuttavia, se la sua potenza è stimolata da rituali oscuri, porterà alla distruzione di tutto.

La distruzione di Ulthuan, però, ha anche acceso un barlume di speranza. I venti della magia sono stati liberati dal vortice in cui Caledor il grande li aveva improgionati per salvare il mondo dalla distruzione del Chaos migliaia di anni prima. Teclis riesce ad imprigionare il vento della luce nel proprio bastone, grazie al quale riporta in vita il fratello Tyrion nel quale infonde l'impronta di Hysh. Gli altri venti scelgono liberamente gli eroi mortali che ne accoglieranno l'essenza ed il potere. Anche Sigmar, dio-re degli uomini, improgionato da Tzeench nel vento di Azyr all'interno del vortice, ha scelto il proprio simulacro vivente per venire in soccorso ai propri sudditi. Questi esseri, incarnazioni dei venti di magia, vengono elevati a divinità e, un po' per necessità, un po' per caso, iniziano a convergere su Athel Loren.

Grazie alla cattura di Be'lakor, gli Incarnati vengono a conoscenza dell'intenzione di Archaon di distruggere il mondo per saziare la cupidigia degli dei oscuri.

Le ultime stille di potere divino della dea elfa Lileath, consentono a Teclis di trasportare magicamente gli Incarnati ed alcune truppe scelte nella bolgia di Middenheim, dove essi si fanno largo tra le orde dei nemici fino alla caverna sotterranea nella quale Archaon sta cercando di portare a compimento il rituale che farà deflagrare il mondo.

Penetrati nella caverna, al prezzo di enormi sacrifici, essi riescono ad avere la meglio sulle forze di Archaon.
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Re: Cronache e storie del "Mondo Nuovo"

Post by Baldovino I » 4 Mar 2016, 13:37

Libro I
Teogonia


Capitolo I – La battaglia nel ventre del Fauschlag
(Middenheim: autunno 2528 del vecchio Calendario Imperiale)

Sotto la città di Middenheim, nel ventre del Fauschlag, all’interno di una vasta grotta naturale nella quale è stato rinvenuto il prezioso artefatto, il suono ripetitivo di ritmiche litanie in un linguaggio duro e oscuro accompagna il rituale arcano con cui gli stregoni degli dei oscuri intendono attivare il potere racchiuso nell’oggetto arcano e compiere la volontà dei loro patroni. La magia caotica risveglia infine l’artefatto che viene avvolto in un globo iridescente, la cui superficie oleosa emana demoniaci riflessi ed emette voci di disperazione e morte. Mentre il globo si espande un po’ alla volta, gli stregoni che eseguono il rituale cadono uno dopo l’altro, consumati dal potere dell’artefatto, ingoiati dai crepacci che si aprono in continuazione nella caverna, schiacciati da pesanti stalattiti staccatesi dal soffitto o puniti dalle Lame del Caos di Archaon per aver tentato di fuggire alla morte.
Nonostante senta sempre più vicini i rumori della battaglia nelle gallerie sovrastanti, Teclis, prigioniero di Archaon, si rende conto che mancano ormai pochi minuti prima che il globo, raggiunta la massima estensione possibile, imploda su se stesso, trascinando con sé il Fauschlag nel Reame del Caos, distruggendo il tessuto della Trama che si dipana attraverso il mondo dalla Quercia delle Ere e provocandone, in questo modo, la distruzione totale.
Finalmente, vinta l’ultima resistenza degli uomini-ratto, le Personificazioni dei venti della magia entrano nella grotta, seguiti da un esercito di zombie, formato dagli skaven sconfitti nella discesa e dagli schiavi morti durante gli scavi delle gallerie e rianimati da Nagash.
Coperto tanto dall’oscurità e dai propri incantesimi quanto dal fatto che l’attenzione degli Incarnati è interamente focalizzata sull’obiettivo finale, Mannfred von Carstein ha seguito le schiere di uomini, elfi, orchi e non morti lungo tutta la discesa, rimuginando, passo dopo passo, sulle ultime parole di Vlad.
Archaon, diviso tra la delusione del fallimento dei suoi servi ed il compiacimento che lo scontro imminente risveglia nel suo animo di guerriero, prende posizione tra i ranghi delle sue Lame del Chaos.

La Fine di ogni cosa non sarebbe stata annunciata dalle stanche litanie degli stregoni, ma dal clamore di un’ultima gloriosa battaglia.

Mentre sta per ordinare l’attacco, la superficie dell’artefatto si apre, rivelando un portale con il regno del Caos dal quale penetrano nella grotta le schiere demoniache degli dei oscuri, per nulla intenzionati a vedere i propri piani rovinati nel momento del loro trionfo.
Seppur deluso da questa ennesima interferenza divina, Archaon, non potendo rifiutare il dono delle divinità del Chaos, lascia che i nuovi arrivati scatenino la loro furia demoniaca sui suoi avversari. I primi a rispondere sono gli Immortali di Grimgor che, caricando a testa bassa, danno inizio alla battaglia decisiva per le sorti del mondo.
Le demonette di Slaanesh superano rapidamente le schiere degli altri dei grazie alla loro sovrannaturale velocità. La demoniaca agilità di cui sono dotate permette loro di sferrare il primo colpo, … ma non l’ultimo. La forza bruta degli orchi ha la meglio, mentre, Grimgor miete una vittima dopo l’altra tra le schiere del principe oscuro.
Prima che l’onda demoniaca avvolga gli orchi, Sigmar guida ciò che resta della Reiksguard nella scia dei pelleverde, mentre Tyrion e Malekith coprono, rispettivamente il fianco destro e sinistro, il primo alle prese con le coorti di Khorne ed il secondo con quelle di Tzeench. Segue la schiera di Caradryan, condotta da Gelt ed Alarielle, a seguito della morte dell’elfo sull’Ulricsmund. La regina elfa avanza a stento, dilaniata dalle ferite che la forza disgregatrice dell’artefatto provoca nella Trama; dal canto suo, Gelt combatte con una determinazione mai conosciuta prima, ispirato dal convincimento di non aver dovuto attraversare l’inferno della negromanzia prima di poter tornare alla luce per dover assistere alla fine del proprio mondo. Di tutti gli Incarnati è quello che più fermamente crede nelle possibilità di vittoria ed ogni incantesimo che lancia semina la distruzione nei ranghi delle schiere del Caos.
Una presenza opprimente, quasi quanto quella dell’artefatto, chiude la schiera degli Incarnati. Nagash guida le sue moltitudini di zombie e rianima immediatamente coloro che vengono abbattuti dai demoni di Nurgle. Un po’ alla volta, la forza del numero inizia a prendere il sopravvento.
Le fiamme arcane della magia di Tzeench si rivelano controproducenti; dove c’è luce, c’è ombra ed attraverso essa, Malekith, il padrone del vento di Ulgu, può muovere a piacimento i propri seguaci cogliendo di sorpresa i nemici; il Re dell’Eternità, però, non intende nascondersi ed affronta uno dei demoni maggiori di Tzeench apertamente in uno duello di alta magia. La luce di Tyrion si abbatte sui divoratori di Khorne, mentre gli Immortali di Grimgor continuano a seminare una scia di distruzione ovunque passino.

Il suolo, intanto, è sempre più dilaniato da tremori di intensità crescente e nuovi crepacci si aprono all’interno della grotta, ingoiando indifferentemente demoni e mortali. Tyrion stesso si salva solo grazie all’agilità di Malhandir. Il destriero elfico, però, subisce una ferita profonda proprio nel tentativo di portare in salvo il suo cavaliere.
Archaon intuisce che il pericolo principale si sta materializzando al centro del campo di battaglia, dove l’avanzata di Grimgor e dell’Imperatore appare inarrestabile, nonostante la netta inferiorità numerica delle loro schiere. Sorpreso dall’efficacia degli orchi, ordina alla sua guardia del corpo di caricare i pelleverde. Entrambi i campioni abbattono i guerrieri del campo avverso senza difficoltà, finché il Signore della Fine dei Tempi, incrociato lo sguardo del capoguerra, ne accetta la tacita sfida. Sprona Dorghar al galoppo verso il suo nemico, calando un poderoso fendente con la Sterminatrice di Re per staccare la testa di Grimgor.
La rapidità dell’orco lo coglie di sorpresa. Girando su se stesso in senso antiorario e nonostante la spada del Prescelto degli dei oscuri apra comunque una nuova ferita sul suo volto, Grimgor sferra un formidabile colpo con la sua ascia sullo scudo di Archaon, talmente violento da sbalzarlo di sella. Prima che possa rialzarsi da terra, l’orco si scaglia su di lui, ma l’irruenza lo porta ad ignorare la lama del nemico che apre una nuova ferita sul suo petto. Approfittando della sorpresa causata, Archaon balza in piedi, pronto ad incalzare l’orco. L’Incarnazione del vento di Ghur si riprende rapidamente ed i due campioni s scambiano formidabili colpi a cui rispondono altrettante mirabili parate. Bloccati gli ennesimi fendenti, i due avversari si ritrovano quasi abbracciati e talmente vicini che Arhaon può sentire distintamente il rancido fetore dell’alito dell’orco. Grimgor, fissa per un istante il suo avversario, poi colpisce l’elmo del campione del Caos con una testata violentissima.
La vista si oscura improvvisamente e, passando il proprio guanto sopra la visiera, Archaon si rende conto che l’Occhio di Sheerian non è più. Per la prima volta, teme di poter conoscere l’onta della sconfitta, per di più per mano di un bruto quale il pelleverde. Seppur riottoso, allora, annulla il sortilegio che tiene incatenato alla propria spada il demone U’zuhl, scatenandone la violenza. Grimgor si rende immediatamente conto che qualcosa è cambiato: il suo avversario, già incredibilmente agile e potente fino a quel momento, diventa ancora più letale. E nonostante tutto, l’orco non arretra di un passo. Per sei volte le lame dei due guerrieri si scontrano, finché la zpakka magica di Grimgor si spezza. L’orco non vuole saperne di darsi per vinto e continua a colpire il suo avversario con il manico, finché anch’esso va in frantumi. Incapace di ammettere la sconfitta, si lancia allora a mani nude contro Archaon con l’intento di strozzarlo. Con un colpo deciso, la Sterminatrice di Re stacca la testa dal collo dell’orco.

Mentre il corpo esanime del pelleverde cade al suolo, lo spirito di Ghur viene assorbito dalla sfera, la cui pulsazione diventa ancora più violenta. La guardia del corpo di Grimgor, benché spogliata del potere della magia delle bestie, si getta con ancor più foga contro le Lame del Caos. Uno dopo l’altro gli orchi neri iniziano a soccombere al nemico, ma non senza infliggere agli uomini di Archaon perdite pesantissime.
Lo scontro tra Malekith ed il Signore del Mutamento, intanto, è terminato. Il corpo dilaniato del demone giace inerme al suolo. Se il re degli Elfi è uscito illeso dallo scontro, lo stesso non si può dire per il suo drago che è rimasto gravemente ferito. Malekith scorge Teclis incatenato al muro della grotta e, chiedendo a Seraphon un ultimo sforzo, lo raggiunge. I demoni di Tzeench tempestano il drago con le loro fiamme magiche e lo stregone che si è impossessato del bastone e della spada di Teclis dopo la sua cattura, abbandona il rituale e infligge al drago il colpo di grazia. Anche nella morte il mostro riesce a servire il suo padrone, perché crollando al suolo schiaccia il mago nemico unitamente all’ultima dozzina di stregoni intenti nell’esecuzione del rituale. Malekith cade proprio di fronte alla sfera e ne sperimenta, da vicino, una nuova potente pulsazione. Allontanandosi in gran fretta, raccoglie l’equipaggiamento del nipote e lo libera.
Mentre gli ultimi orchi neri vengono inesorabilmente abbattuti dai guerrieri del nord che li pressano da ogni lato, Sigmar, resosi conto che il nemico non sarà mai più vulnerabile come in questo momento, chiama a sé la forza del fulmine per eliminare i sanguinari che lo circondano ed approfittare del varco per lanciare Grinfiamorte contro le Lame del Caos. Ghal Maraz si abbatte come un flagello sull’improvvisato muro di scudi e lo manda in pieno scompiglio. Proprio quando sembra che i guerrieri di Archaon riescano a ritrovare un po’ di organizzazione, prima che riescano a chiudere l’accerchiamento del dio degli uomini, la Reiksguard, guidata da Gelt e Alarielle, si abbatte su di loro. La Regina Eterna, per quanto indebolita, cerca di curare quanti più feriti possibile, mentre Teclis, finalmente in grado di liberare la rabbia e frustrazione accumulate durante la cattività, scaglia potenti incantesimi distruttivi, amplificati dalla tangibile presenza dei venti della magia. Anche Tyrion, pur rallentato dalla ferita subita da Malhandir converge con i suoi elfi sul lato nord delle Lame del Caos. Nagash, dal canto suo, spende la sua potenza magica per mantenere pressoché intatto il muro di zombie che impedisce ai demoni di accerchiare l’avanguardia degli Incarnati.
Nonostante tutti questi sforzi, la carica di Sigmar giunge ad uno stallo e un po’ alla volta le Lame del Caos iniziano a riguadagnare terreno e mietere vittime, mostrandosi degni della propria reputazione.

Archaon si muove ovunque la ressa sia più intensa, cambiando lentamente, ma inesorabilmente, l’inerzia dello scontro. Non ha ancora avuto l’opportunità di incatenare nuovamente U’zuhl all’acciaio della propria spada e la forza e la velocità del demone sono ancora sue. Come contrappeso, però, ogni colpo che infligge, rappresenta uno scontro di volontà, perché il demone non vuole unicamente liberarsi, ma prendere anche il controllo di chi è stato fin qui il suo carceriere e padrone. Il Prescelto, però, si rifiuta di soccombere ad U’zuhl, mentre ogni colpo che mena lo avvicina sempre di più all’imperatore.
Mentre l’artefatto pulsa e si espande ancora una volta, con linee simili ad una ragnatela che ne increspano la superficie, le due schiere restano bloccate in uno scontro fatale. Gli ultimi uomini della Reiksguard periscono, seguiti subito dopo dagli ultimi tre elfi uccisi dalla Sterminatrice di Re; anche le Lame del Caos soccombono alla potenza di Ghal Maraz.

Convinto di poter sconfiggere ancora una volta l’Imperatore, come già accaduto sulle strade di Averheim, Archaon avanza, determinato a trionfare sul proprio avversario definitivamente. Se in quell’occasione Sigmar gli era stato inferiore, ora, riunito al suo martello e alla magia di Azyr, la sua forza equivale quella del campione del Caos, il cui unico vantaggio risiede nel potere di U’zuhl. Dopo alcuni colpi di studio, i due eroi e le rispettive cavalcature si affrontano senza riserve.
Sigmar scaglia colpi formidabili, finché Archaon si sposta lungo la sella, di modo che l’ennesima traiettoria di Ghal Maraz, abbattendosi sul suo scudo, scivoli via, così da offrirgli la desiderata apertura. Accompagnata da un grido di trionfo, la Sterminatrice di Re si conficca nell’armatura dell’Imperatore trafiggendola e fracassando alcune costole di Sigmar che urla al cielo il proprio dolore.
E, come in risposta al grido di aiuto, dalla mano protesa in avanti il fulmine si abbatte su Archaon, colpendolo per tre volte al torso e alla testa. Il Signore della Fine dei Tempi, ustionato in più parti, crolla sulla sella, mentre la sua lama si libera dalla carne dell’Imperatore ed il sangue divino ne arrossa l’armatura.
Il Campione del Caos è deciso a capitalizzare il vantaggio, ma Grinfiamorte si scaglia su di lui, concedendo al suo cavaliere un momento di respiro. Quanto basta, perché Sigmar, brandendo il martello a due mani, sferri un nuovo colpo sul petto del nemico. Stringendo i denti per non soccombere al dolore, Archaon cala nuovamente un formidabile fendente, questa volta indirizzato al grifone che, colpito a morte, collassa al suolo, scagliando il dio degli uomini su una pila di elfi morti.
Mentre Sigmar si rialza barcollando, la sfera pulsa e si espande nuovamente. Un rumore selvaggio si leva dalle profondità ed il suolo della caverna trema e si frantuma, aprendo un enorme crepaccio proprio ai piedi del dio-re ed inghiottendo negli abissi i corpi che ne avevano attutito la caduta.
Alle sue spalle, Archaon abbassa la spada ed ordina alla sua cavalcatura demoniaca di caricare. Sigmar si volta stancamente verso il nemico, il martello pesante nella sua mano e la presa scivolosa a causa del sangue. Con lo sguardo contempla la caverna, abbracciando in uno sguardo il sacrificio di tutti coloro che hanno dato la propria vita per portarlo a questo istante; e questa consapevolezza lo riempie di forza nuova. Accompagnato da un grido potente, Ghal Maraz si abbatte sul cranio di Dorghar, uccidendolo sul colpo, mentre il fendente di Archaon, sbalzato di sella, morde inutilmente l’aria ed il campione del Caos cade rovinosamente a terra.
Seppur esausti e feriti, i due eroi chiamano a raccolta le ultime forze e si preparano, nonostante tutto, all’assalto finale. Archaon si rivela ancora il più veloce dei due e la Sterminatrice di Re morde più volte la carne del suo nemico; ma Ghal Maraz è l’arma più potente. Il duello si prolunga lungo il crepaccio della grotta ed il baratro sottostante. Alla fine, vinto dalla stanchezza, Sigmar lascia scivolare il martello dalle sue mani.
Archaon assapora finalmente il trionfo ed irride il suo avversario, manifestandogli la convinzione espressa da Teclis che fosse un dio. Contrariamente alle sue attese, l’Imperatore continua a mostrare un’inspiegabile serenità e gli rinfaccia la scelta compiuta secoli prima, voltando le spalle alla luce ed abbracciando la promessa di potere degli dei oscuri, scelta che ora avrebbe determinato la sua sconfitta. Infastidito da tale imperturbabile sicurezza, il Signore della Fine dei Tempi lo colpisce con lo scudo sul volto, ma, pur vacillando, Sigmar non crolla a terra. Levatosi ancora una volta in pedi, evoca un’antica profezia:

“Un campione della luce si ergerà solo contro il Re dai Tre Occhi. Non possiederà altra arma che la sua volontà e pertanto la sua scintilla divamperà in fiamma potente”.

Stanco di tanto blaterare, Archaon si scaglia sull’avversario, deciso a spegnere nel sangue quel fastidioso rumore. Mentre la Sterminatrice di Re sibila la sua traiettoria mortale, Sigmar solleva un pugno serrato, levando due dita nel segno della cometa a due code. Poi le abbassa e slancia la mano a fendere l’aria. Un fulmine balena dal pugno del dio, colpendo la lama demoniaca. Non si tratta della scarica di un fulmine, come quelle lanciate sul suo avversario in precedenza, ma di un continuo fluire di energia. Archaon resta paralizzato, incapace di reagire, mentre Sigmar riversa tutta la forza restante in quell’impulso distruttivo.
Con un improvviso stridore, la Sterminatrice di Re esplode ed i frammenti si conficcano nell’armatura del Prescelto degli dei oscuri, mentre lo spirito di U’zuhl viene finalmente liberato e si scaglia sul suo odiato carceriere, prendendone finalmente il controllo. Archaon urla di rabbia, disperazione, follia e dolore. Senza dargli possibilità di riprendersi, Sigmar lo colpisce una prima volta con i due pugni uniti, costringendolo ad arretrare di un passo. Al secondo colpo, Archaon è costretto ad indietreggiare ancora, poi, sfinito, crolla sulle ginocchia.
Raccolto Ghal Maraz, Sigmar sferra in un unico colpo tutta la sua furia vendicatrice contro il petto di colui che ha distrutto ciò che aveva con tanto fatica e tanta dedizione costruito. La violenza del spinge Archaon ulteriormente indietro, verso il vuoto del crepaccio. Il Campione del Caos protende le mani verso l’alto, aggrappandosi ad una roccia sporgente; quando questa si sfalda, Archaon, il Prescelto, Signore della Fine dei Tempi, Re dai Tre Occhi, Sterminatore di Re, Flagello degli Imperi, sprofonda nell’oscurità.

Il campione degli dei oscuri è stato sconfitto e la sua armata dispersa, a costo del sacrificio di tutti i mortali che li hanno combattuti e di due delle Incarnazioni dei venti della magia. I sei sopravvissuti, ormai padroni del campo di battaglia, si avvicinano all’artefatto, consapevoli che la vittoria ottenuta a caro prezzo non significa ancora la salvezza del mondo.
E così, chiamando a raccolta ciò che è rimasto dei loro poteri, gli Incarnati si avvicinano al globo per impedire che deflagri.
Fossero stati in otto, si sarebbe già trattato di uno sforzo sovrumano. Con la morte di Caradryan e Grimgor, è uno sforzo quasi impossibile, a causa della forza pura con cui i venti di magia fuoriescono dal reame del Caos. Ciascuno degli Incarnati è assolutamente in grado di controllare il proprio vento e, facendolo ripiegare su se stesso, arginare l’ulteriore espandersi del globo; ma i due venti che soffiano liberi e tempestosi, interferiscono continuamente con i loro incantesimi, ostacolandoli.
Ogni sforzo sarebbe vano senza l’intervento di Teclis. Conficcando il proprio bastone nel suolo, il mago tenta di imprigionare i due venti anarchici, pur sapendo di condannarsi a morte certa.
Nonostante la sua maestria e conoscenza della magia, le energie sprigionate sono troppo forti: la sua pelle inizia a liquefarsi e la sua mente a scivolare nella pazzia. Chiamando a raccolta tutte le sue facoltà, animato più di ogni altro dal desiderio di non veder svanire nel nulla tutti i sacrifici ed i tradimenti perpetrati, Teclis riesce a far calmare i venti di Ghur ed Aqshy, permettendo agli Incarnati di riprendere il loro rituale indisturbati.

Prima quasi impercettibilmente, poi in maniera sempre più evidente, il globo inizia a rallentare le proprie pulsazioni ed il suo diametro a diminuire.
Il destino del mondo è appeso ancora ad un filo e alla capacità di Teclis di mantenere questo filo intatto. La presenza di un altro mago nella grotta garantirebbe il successo finale sulle divinità oscure, ma, a conoscenza degli Incarnati, non vi è nessun altro mago all’interno della caverna.
Non visto, evitando senza problemi la guardia degli zombie al servizio di Nagash, Mannfred si avvicina all’artefatto. Sente distintamente nella sua testa le voci degli dei del Caos che gli sussurrano l’invito ad unirsi alla loro causa, come dovevano aver fatto con Kemmler, e con tutti quelli al servizio del Grande Negromante che avevano cambiato campo. Ad ogni passo, a dire la verità, è sempre più convinto che non si tratti delle voci delle divinità oscure, ma del suo orgoglio umiliato e calpestato a più riprese da quando Nagash ha fatto il suo ritorno.
Si era quasi convinto a combattere contro le forze del Caos, ma ora, giunto in quella sala sotterranea, non sa più se sia meglio essere il braccio destro dell’anarchia o servire un padrone che accetta unicamente l’obbedienza cieca e assoluta per il resto dell’eternità. Giunto in prossimità del globo, Mannfred ha finalmente preso la sua decisione.

Colpisce alle spalle dall’oscurità, senza preavviso, trafiggendo il cuore di Gelt, uccidendolo sul colpo e con lui ogni speranza di contenere il potere distruttivo dell’artefatto.
Un fascio di luce dorata fuoriesce dal corpo del mago ed anche Chamon inizia a sferzare la caverna, mandando in pezzi la concentrazione degli Incarnati. Teclis cerca di controllarlo, come ha fatto con gli altri due venti, ma lo sforzo diventa insopportabile e viene annientato dalla potenza delle energie entropiche.
Con uno stridio assordante ed un’accecante luce nero-oleastra, l’artefatto si libera del potere degli Incarnati, espandendosi improvvisamente e ricominciando a pulsare in maniera sempre più frenetica, sempre più prossimo all’implosione.
Sigmar è il primo a comprendere tutto ciò è, senza proferire parola, spinto da un istinto che non riesce neanche a spiegare, corre verso la sfera.

Al contatto con il corpo del dio-re la superficie oleosa si apre e lo accoglie al proprio interno.
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Re: Cronache e storie del "Mondo Nuovo"

Post by Baldovino I » 22 Mar 2016, 18:54

Capitolo II – L’ascesa di un dio
(ovunque e in nessun posto; sempre e in nessun momento)

(prima parte)

Al centro della sfera aleggia un oggetto che assomiglia ad una pietra che emette un intenso bagliore. Le pareti del globo assumono diversi e cangianti colori che si ricompongono e si riflettono in continuazione. Anche Sigmar si trova sospeso nel vuoto. Appoggiandosi alle pareti alle sue spalle, si spinge verso l’artefatto.

Guardando in basso, sotto di esso, Sigmar scorge un tunnel, in fondo al quale innumerevoli legioni demoniache latrano il loro odio verso il mondo dei mortali e la loro sete di distruzione, capitanate da quattro demoni maggiori, uno in rappresentanza di ognuno degli dei oscuri. Quando i quattro lo scorgono, iniziano a risalire verso di lui come forsennati.

Distogliendo lo sguardo dai demoni, Sigmar si concentra sull’oggetto che ha di fronte a sé. La superficie dell’artefatto sembra cambiare colore e consistenza ad ogni istante, poi improvvisamente brilla di una luce intensa. Una voce risuona nella testa del campione degli uomini e gli intima di prendere la pietra nelle sue mani e stingerla con tutte le sue forze.

Sigmar ha un momento di esitazione, diffidando inizialmente di tale suggerimento. Mentre la luminosità dell’oggetto continua ad aumentare, la voce si fa sempre più insistente ed imperiosa ed il dio-re, alla fine, rimuove il guanto d’arme e allunga la mano per afferrare quella reliquia antica come ili mondo. La stringe con tutta la sua forza nel pugno. L’artefatto va in frantumi e un immenso potere emana da esso, fluendo attraverso il dio e pervadendolo fino alla sua più intima cellula.

Senza sapere come o perché, Sigmar inizia a manipolare questa fonte pressoché infinita di energia.

Mentre percepisce che tutt’intorno il tempo e lo spazio si stanno alterando, sulla parete superiore delle sfera si apre un tunnel, le cui propaggini scendono fino a lui. Guardando in alto, Sigmar vede una luce brillare della stessa luce che emana dalla pietra.

Le pareti del tunnel offrono facili appigli ed il dio-re, assicurato Ghal Maraz alla propria cintura, inizia a salire verso la fonte della luce. Avanzando in questo corridoio verticale, Sigmar si accorge che la sua superficie sembra animarsi di immagini in movimento, mentre riecheggiano i clamori di disperate battaglie. Sigmar ha l’impressione di riconoscerne persino alcune, per averle combattute lui stesso: la battaglia nel ventre del Fauschlag; quella sull’Ulricsmund; gli scontri condotti dagli Incarnati nelle strade di Middenheim per aprirsi la strada fino al centro della città; il confronto di Athel Loren contro la “Caccia del Sangue” l’orda demoniaca di Khorne; il massacro di Averheim; la caduta di Altdorf e centinaia di altre battaglie o piccole schermaglie combattute in ogni angolo del mondo. Sigmar si rende conto che continuando la sua ascesa verso la luce in fondo tunnel, gli eventi rappresentati sulle sue pareti scorrono a ritroso.

Non solo. Tra i clamori della guerra, il dio ode distintamente le invocazioni fervide e intense dei suoi fedeli in un periodo di morte e disperazione. La forza delle preghiere sembra infondergli un vigore inestinguibile e, nonostante l’ascesa sia aspra e ripida, Sigmar avanza con disarmante facilità.

Volgendo per un momento lo sguardo verso il basso, intravede i quattro demoni maggiori che cercano di raggiungerlo. Pur accelerando il ritmo della risalita, il demone di Slaanesh, dotato di una velocità innaturale, è su di lui prima di quanto possa immaginare, urlando il proprio nome funesto: Than’Phtori Neera. Le chele del demone aprono profonde ferite sulle sue gambe ma Sigmar è sostenuto dalla preghiere dei sui fedeli e le lacerazioni si rimarginano immediatamente. Il demone di Slaanesh, urlando la propria frustrazione, decide di affiancare Sigmar sul suo fianco destro, per recidergli la testa. Il re-dio abbandona la presa con la mano destra e impugna Ghal Maraz con il quale inizialmente para i colpi del nemico. Poi, protendendo il braccio verso il mostro, lancia un possente fulmina che colpisce al torso il demone che rimane come paralizzato per alcuni istanti. Senza attendere oltre, Sigmar cala un colpo letale sulla testa di Than’Phtori Neera che collassa e viene risucchiato verso il Reame del Caos.

Sigmar può riprendere la propria ascesa. Lungo le pareti scorrono le immagini della distruzione di Lustria e della fuga degli uominilucertola; la lotta disperata dei nani; la caduta degli imperi d’oriente; la battaglia di Altdorf e la morte e rinascita di Karl Franz; la distruzione di Ulthuan ed il collasso del vortice dei venti. È con un profondo respiro che Sigmar rivive la sua liberazione dal vortice nel quale Tzeench lo aveva imprigionato.

Le preghiere a lui indirizzate sono talmente forti ed insistenti che quando Sigmar avverte il battito d’ali dell’assetato di sangue della prima schiera, il più potente di tutti i demoni di Khorne, e quando ne ode lo schiocco della frusta e sente la superficie infuocata annordarsi intorno alla sua cavliglia sinistra, senza esitare un solo istante abbandona la presa lasciandosi cadere sopra il suo nemico. Ka’Ema’Than ruggisce il proprio nome, assaporando il proprio trionfo per il più ambito dei trofei da offrire al proprio dio. Resta sorpreso nel ritrovarsi Sigmar sul cranio, tra le due corna possenti. Un’ultima espressione stordita coincide con il rumore di ossa fracassate da Ghal Maraz, poi il battito d’ali si interrompe ed il corpo esamine del demone inizia a cadere, verso il regno del Caos. Prima di venire risucchiato anche lui nel vuoto, Sigmar spicca un formidabile salto aggrappandosi nuovamente alla parete.

(continua)

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Re: Cronache e storie del "Mondo Nuovo"

Post by Baldovino I » 30 Mar 2016, 18:44

(2a parte)

La storia del mondo continua a scorrere a ritroso sotto i suoi occhi. Scene di battaglia, di creazione di grandi opere dell’ingegno umano, intellettuali e materiali, scene di vita di tutti i giorni, di principi e contadini, maghi e scienziati, poveri e ricchi, saggi e scellerati. Il cuore del dio-re si riempie di orgoglio e amore nell’ammirare le gesta dei mortali, di dolore e commozione nel soffrire per la morte, la distruzione e la corruzione che i seguaci degli dei oscuri hanno portato ovunque nel corso dei secoli. Piange il dio-re nel vedere quelle vite spezzate, quei sogni infranti; nel sentire la straziante sofferenza di figli rimasti orfani, di genitori i cui discendenti sono stati strappati alla vita nel pieno del loro vigore, di mariti e mogli resi vedovi da un odio senza alcun senso e proposito se non quello di seminare caos e disperazione laddove con fatica, dedizione e amore gli uomini e le donne del mondo avevano cercato di portare ordine, luce e speranza.

Sigmar resta sgomento nel vedere la sorte di Praag, la città maledetta, nel constatare come la corruzione degli dei oscuri abbia contaminato non solo le menti e gli animi dei suoi abitanti, ma la natura stessa del suolo su cui essa è edificata, permeando sin nelle fondamenta gli edifici che la compongono.

Uno di essi attira la sua attenzione: ciò che resta di un antico palazzo. Per la sua posizione, al centro della città e per la sua vastità, probabilmente un vecchio palazzo nobiliare. Esso appare ancor più dilaniato e contorto degli altri edifici della città, ancora più intriso della corruzione della magia del Caos.

Senza sapere come o perché, Sigmar riesce a scrutare nei sotterranei delle rovine, nei quali intravede una donna, di una bellezza e splendore ineguagliabile ed indescrivibile, imprigionata dentro una teca di cristallo. Sette serrature le impediscono di liberarsi da quella prigione.

Sigmar non riesce a distogliere lo sguardo da quell’immagine, finché un battito d’ali ed il rauco gracchiare di una forma aviana lo riporta alla situazione presente. Il primo demone di Tzeench, il Signore del Mutamento Gno’Th’Aeleos’ si avventa su di lui scagliando dardi magici di colore bluastro. Proteggendosi con Ghal Maraz, il dio-re assorbe senza danno la magia ostile e risponde scatenando il fulmine di Azyr sul demone, la cui maestria gli consente però di disperdere gli effetti della folgore. Senza avvicinarsi, per timore della prodezza marziale del suo nemico, il servo di Tzeench continua a scagliare dardi magici che costringono Sigmar sulla difensiva. Mentre il duello prosegue per un intervallo di tempo che a Sigmar sembra interminabile, il Grande Immondo, Phla’Eeksanth, si avvicina ai duellanti con movimenti lenti ma regolari.

Gno’Th’Aeleos non intende minimamente condividere la gloria della vittoria con il suo eterno rivale. Abbandona quindi momentaneamente il confronto con Sigmar e si scaglia con i propri artigli sul demone di Nurgle, il quale, in risposta, compie un balzo di un’agilità insospettabile per un essere di quella mole e abbranca il rivale per uno degli arti inferiori.

Il Signore del Mutamento inizia a perdere quota, trascinato verso il basso dal peso del demone rivale. Mentre i due combattono, Sigmar decide di approfittare della situazione e scaglia nuovamente il fulmine, questa volta mirando alle ali di Gno’Th’Aeleos. Il demone alato si accorge dell’attacco magico quando è troppo tardi e senza il sostegno delle sue ali poderose viene risucchiato verso il basso assieme al Grande Immondo.

Sigmar allaccia nuovamente Ghal Maraz alla cintura e ricomincia l’ascesa, non senza gettare un ultimo sguardo alle immagini di Praag. Della donna imprigionata non vi è più traccia, ma le scene che scorrono di fronte ai suoi occhi, testimoniano delle mostruosità che hanno preso possesso delle strade della città dopo la sua caduta.

La forza delle preghiere che gli uomini gli rivolgono è al suo apice, mentre Sigmar contempla il furore delle armate di Magnus il Pio schiacciare la grande invasione del Caos sotto le mura di Kislev.
Poi, poco più in alto, nuovamente l’orrore di Praag con i suoi difensori che vengono travolti uno dopo l'altro dalla furia, dalla violenza e dalla magia corrotta dei seguaci degli dei oscuri.

Mentre le lacrime rigano il suo volto, Sigmar solleva lo sguardo verso la luce in alto, quasi a cercare in essa una scintilla di speranza. Rinfrancato dal bagliore che risplende su di lui, riprende la sua ascesa con rinnovato vigore. Il dio degli uomini ha ormai compreso che sta compiendo un cammino a ritroso nel tempo e sta, al contempo, acquisendo una piena consapevolezza di ciò che è stato, non solo nel suo Impero, ma in tutto il mondo dei mortali. Contempla gli eventi delle altre razze e interiorizza gli sviluppi delle loro storie.

Lentamente, un piano inizia a prendere forma nella sua mente. Un piano destinato a cambiare le sorti del mondo.

(continua)

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Re: Cronache e storie del "Mondo Nuovo"

Post by Baldovino I » 28 Apr 2016, 15:19

(3a parte)

Più si spinge in alto, più Sigmar progredisce nella consapevolezza della propria divinità e del suo potere. L’intensità della luce continua ad aumentare, finché diventa quasi accecante. Il dio volge gli occhi ancora una volta verso le pareti e vi scorge la propria storia: l’inganno con il quale Tzeench lo ha imprigionato nel vortice dei venti della magia, le innumerevoli vittorie del suo regno e con esse, anche i lutti ed il dolore per la scomparsa di persone amate, come quella di Pendrag, fratello d’armi e amico di una vita intera, sotto le mura di Middenheim.

Sorride il dio, rivivendo un’altra lunghissima ascesa con cui, accompagnato solo dal fedele Alfgeir, destinato a divenire il primo Maresciallo dell'Impero, aveva scalato il Fauschlag, per affrontare a duello il Re dei Teutogeni, Artur la cui morte aveva anche rappresentato l’unificazione, sotto il suo potere, delle tribù degli uomini di Middenheim e dei suoi Umberogeni.

Poi sono nuovamente capitoli dolorosi quelli che le immagini riportano alla sua mente: la morte di Ravenna, la sua amata, per mano del fratello di lei, Gerreon; il sacrificio di suo padre, il re Björn, che aveva barattato la propria vita con quella di Sigmar; e la battaglia dove tutto aveva avuto inizio: Astofen, con la sua prima vittoria sugli orchi e la morte di Trinovante, altro amico fidatissimo, fratello di Ravenna e gemello di Gerreon.

Il bagliore è ora fortissimo e, inspiegabilmente attratto da esso, Sigmar alza nuovamente lo sguardo. Non sente più nulla. Non vede più nulla, se non luce. Una luce bianca, avvolgente ed accecante. E con essa, una consapevolezza e conoscenza piena, totale e assoluta di ciò che è stato prima, durante e dopo la sua venuta sulla terra. Sigmar conosce ormai la verità. Sugli antichi, sugli dei del Caos, sugli dei degli elfi, dei nani e degli uomini. E su di sé.

Nell'istante in cui si forma quella conoscenza piena, si rende conto che le sue mani e i suoi piedi non poggiano più su appiglio alcuno e sente il suo corpo cadere, trascinato nel vuoto. Poi improvvisamente, dopo quella luce insostenibile, il buio e, istintivamente, Sigmar chiude gli occhi. E dopo il buio, il nulla, per alcuni istanti che sembrano eterni, nei quali anche il cuore stesso del dio degli uomini sembra arrestarsi.

Da principio fioche e attutite, poi progressivamente sempre più intense, alcune grida risuonano nelle sue orecchie. Sono grida disperate, di uomini che combattono per la propria sopravvivenza, avvolti in una cappa irreale di terrore e di morte. Sotto le sue ginocchia ed i suoi piedi avverte il contatto con la nuda terra. Non quella che ricordava rigogliosa e fertile dei domini del suo Impero, ma una terra arida e priva di vita, corrotta da un potere antico come il mondo.

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Re: Cronache e storie del "Mondo Nuovo"

Post by Baldovino I » 13 May 2016, 18:46

Capitolo III: La battaglia del fiume Reik
(Reiksdorf, anno 15 del Calendario del Nuovo Impero di Sigmar)

Nagash contempla con curiosità questo essere inferiore, finalmente fiaccato, in ginocchio al suo cospetto.

La forza di quest’uomo e la resistenza che aveva contrapposto al suo potere erano state ben superiori a quello che aveva immaginato. E lo stesso poteva dire degli uomini e delle donne dell’impero che avevano seguito il loro signore in una battaglia disperata, combattendo con un ardore inconcepibile per esseri così insulsi. Anche ora, mentre troneggiava su di lui in tutta la sua altezza e possanza, Nagash non riusciva ancora ad avvertire il senso di trionfo che avrebbe dovuto accompagnare la sconfitta del suo nemico. L’uomo in ginocchio ai suoi piedi continuava a cingere il suo capo della corona del dominio che lui stesso, il Grande Negromante, aveva forgiato infondendovi la sua stessa essenza ed il nucleo del suo potere.

Non poteva parlare di ammirazione (quale ammirazione poteva esserci per esseri destinati a divenire burattini nelle sue mani?), ma stupore sì. O qualcosa che si avvicinasse a quel barlume di ricordo legato a quel sentimento.

Con rabbia aveva accolto l’insolenza di Sigmar che era uscito da Reikdorf con tutto il suo esercito per dare battaglia portando in capo l’agognato diadema per recuperare il quale lui, il Signore della morte, aveva portato la distruzione nelle lande degli uomini. Quell’uomo non poteva saperlo, ma la corona che che gli cingeva la fronte lo rendeva immune da qualsiasi incantesimo Nagash gli avesse scagliato contro. Aveva dovuto combattere uno scontro differente, cercando di aprirsi un varco nella volontà del suo avversario, prima blandendolo, con promesse di potere e ricchezze, tentandolo con l’idea di poter riportare in vita le persone amate scomparse negli anni: la sua amata Ravenna, Pendrag, l’amico di una vita, il padre Björn. Contro ogni sua aspettativa e contro la forza crescente della corona sempre più prossima al suo creatore e padrone, quell’uomo aveva osato resistere e rifiutarsi di cedere. Alla testa dei suoi Umberogeni, accompagnato da uomini devoti e fidati, si era man mano aperto un varco nelle file di scheletri, zombi, fantasmi e spiriti, spingendosi fino ai piedi della collina dalla quale il Sommo Necromante dirigeva lo svolgimento della battaglia.

Con insofferenza crescente aveva constatato la fede cieca con cui gli uomini di Sigmar avevano combattuto in ogni angolo del campo di battaglia, contro ogni speranza e contro ogni probabilità di sopravvivenza. Alcuni suoi luogotenenti, vampiri generati dal bacio di sangue di Khaled Al-Mustandir, il suo secondo, erano caduti sotto i colpi di questi esseri inferiori. Persino Krell, anatema di ogni essere vivente, portatore di distruzione e morte attraverso le lande di questo mondo, aveva dovuto ripiegare di fronte alle armi da fuoco e alla tenacia di un manipolo di nani corsi in aiuto degli uomini.

Questa insofferenza si era infine tramutata in rabbia, vedendo il suo avversario parare e schivare i colpi della sua lama maledetta ed incalzarlo con quel martello da guerra, sorgente di una potenza insospettabile. Aveva quindi conficcato il suo scettro nel terreno e chiamato a sé energie magiche incontrollabili per qualsiasi altro essere vivente. Facendo appello a tutta la sua conoscenza aveva evocato il più terribile dei sortilegi, richiamando in vita esseri sepolti da secoli - o forse millenni? – nella piana dove sorgeva questa città degli uomini.

E i morti avevano risposto al suo richiamo. Come sempre. In numeri più grandi di ogni precedente incantesimo da lui lanciato. E finalmente, la resistenza degli uomini era venuta meno. Finalmente quel gregge di esseri destinati ad essere sacrificati sull’altare della sua gloria erano andati in rotta verso la città, portando con sé i feriti che potevano camminare sulle proprie gambe e abbandonando gli altri alla propria sorte.

Ad un passo dal trionfo, Nagash aveva mostrato a Sigmar la fine del suo sogno. La sconfitta del suo popolo e delle persone che gli erano più care. Gli aveva mostrato il terrore nei volti di Freya, la regina degli Asoborni, e di Sigulf e Fridleifr, di cui solo alcuni giorni prima l’imperatore aveva scoperto di esser il padre; la paura di Maedbh, moglie del suo amico e fratello d'armi Wulfgart, di non riuscire a proteggere la loro figlia Ulrike; la disperazione dei suoi sudditi, ormai consapevoli della sconfitta.

Di fronte a quest’ultima visione predatrice di ogni futile speranza, anche la resistenza di Sigmar, dopo quella dei suoi sudditi, era venuta meno. Era crollato sulle ginocchia e aveva chiuso gli occhi, finalmente rassegnato alla sua ineluttabile fine.


Il trofeo più ambito è a pochi metri davanti a sé, la corona tanto desiderata ormai a un passo. Nagash allunga la sua mano di metallo, assaporando ogni istante del suo trionfo.

Improvvisamente, il profilo delle labbra di Sigmar disegna un ghigno derisorio, o almeno così sembra al Signore della Non-morte. Le labbra di quell’uomo si muovono e una voce potente e profonda proferisce una semplice domanda:

“Vuoi davvero questa corona?”

Nagash non riesce a credere a quello che sente. Come osa questo mortale sfidare ancora il suo potere? Come osa resistere ancora alla sua volontà?

Il Negromante sente il peso dello sguardo di Sigmar su di sé e avverte che qualcosa è cambiato. Negli occhi del suo nemico vede una potenza sconosciuta, percepisce la forza di un dio.

Nagash vede in quegli occhi la propria condanna, un nuovo esilio in quella dimensione dove il tutto è il nulla e come unico compagno vi è il vuoto. Dopo secoli trascorsi a farsi beffe della morte e a deridere e disprezzare ogni emozione e sentimento dei mortali, dopo millenni passati con la sete ed il desiderio di potere infinito come unica linfa vitale, il Grande Necromante, il Signore della Non-morte, scopre di avere paura.


****


Ancor prima di riaprire gli occhi, Sigmar comprende dove si trova, percependo l’immenso potere mortifero dell’avversario che ha di fronte. Non ricorda quali emozioni e sensazioni avessero attraversato il suo corpo mortale fino a questo momento. Sa solo che il nemico di fronte a sé non ha scampo di fronte alla sua potenza e alla sua ira. E i contorni delle sue labbra disegnano un ghigno di derisione.

“Vuoi davvero questa corona?”

Non è una domanda. È una sfida. Sigmar apre gli occhi e li affonda nelle cavità orbitali del suo nemico, proteso verso il suo capo nel tentativo di raggiungere l’oggetto del suo desiderio. Un fremito percorre la figura di Nagash di fronte ad uno sguardo che annuncia la vendetta del dio degli uomini.

Con la mano destra afferra il diadema che porta in capo e lo lascia cadere di fronte a sé.

“Vieni a prenderla, allora”.

Con la mano destra, finalmente libera da quell’oggetto maledetto, impugna Ghal Maraz, depositato lì accanto a sé, e balza in piedi. Il Signore della Non-morte arretra, in preda allo sgomento. Dai boschi che circondano la piana del fiume Reik urla di uomini si levano al cielo. Una banda di forsennati ululanti, vestiti di stracci, con catene e bracieri legati ai polsi e al collo, guidati da un uomo non meno invasato di loro, armato del martello e vestito dei brandelli di un mantello dei cavalieri del Lupo Bianco, si abbattono sul fianco destro dell’esercito dei non-morti.

“Redwane” dice sommessamente tra sé e sé Sigmar, mentre un velo di tristezza cala sui suoi occhi. Solo per un istante.

Il potere di Azyr è ancora con lui e dal martello proteso di fronte a sé scaturisce un fulmine violento. Nagash riesce appena a contenere l’onda d’urto di quella energia magica. Sigmar lo incalza da vicino, mulinando colpi che il Signore della Non-morte ha sempre più difficoltà a parare o schivare. Quando Ghal Maraz traccia un ennesimo, formidabile arco nell’aria da destra verso sinistra, Nagash cerca di intercettarlo ancora una volta opponendogli la resistenza di Zefet-nebtar, la lama della morte. Ma la potenza impressa da Sigmar in quel colpo supera la forza di Nagash e la spada del Negromante viene respinta, aprendo un varco nella sua difesa. La forza vendicatrice di Ghal Maraz si abbatte sul petto di Nagash la cui essenza viene rispedita nel nulla.

Ovunque sul campo di battaglia le schiere della non morte si sfaldano come neve al sole ed i cuori delle donne e degli uomini dell’Impero che hanno combattuto la più disperata delle battaglie e che hanno visto con i propri occhi l’orrore della morte personificata, sono travolti dalla violenza di sentimenti contrastanti. Risa e pianti si avvertono allo stesso tempo, mentre i mortali sopravvissuti si abbracciano increduli. Pianti di cordoglio per i tanti amici e familiari persi in quel giorno e nei mesi precedenti. Risa, folli risa di gioia, per una vita ritrovata, quando tutto sembrava ormai perduto e quando anche l’ultimo barlume di speranza li aveva abbandonati.

Sulla collina che domina il campo di battaglia, il dio degli uomini contempla questo spettacolo, abbeverandosi di queste emozioni così potenti e così profonde. Alle sue spalle, Khaled al-Muntasir che Nagash aveva inviato a combattere il fianco sinistro dell’esercito nemico e che era stato respinto dall’arrivo dei flagellanti di Redwane si avvicina alla sommità di quell’altura, con le ossa doloranti e la pelle bruciata successivamente alla distruzione del suo padrone. Poco resta integro della sua armatura rossa come il sangue. Il suo mantello, un tempo di un bianco talmente candido da rendere ancora più spettrale il suo aspetto, era stracciato e bruciato in più parti. La scomparsa di Nagash aveva quasi determinato anche la sua distruzione, ma il suo sangue si era dimostrato più forte e di un calibro differente rispetto al resto dei burattini del Negromante.

Siggurd, un tempo fiero conte dei Brigundiani ed ora vampiro della progenie di Khaled, si trascina al suo fianco, la sua forza e fierezza spezzate dalle ferite inflittegli dagli Asoborni sul campo di battaglia. Al-Mustasir vede Sigmar in cima alla collina, di spalle, con il possente martello da guerra appoggiato a terra alla sua destra e la corona del dominio di fronte a sé. L’oggetto arcano emette una debole luce spettrale ed il vampiro non può fare a meno di cullare nella sua mente il sogno delle terribili imprese da compiere, qualora riuscisse a cingersi il capo di quel diadema. L’uomo di fronte a sé, probabilmente inconsapevole della presenza alle sue spalle, appare in tutta la sua fragilità, le sue forze ed energie spente dopo aver sconfitto un nemico più grande di lui.

Una preda fin troppo facile.

Il vampiro non riesce a trattenere un’esclamazione: “Hai sconfitto ciò che era impossibile vincere”.

“Vi avevo detto che non eravate i benvenuti sulle mie terre”. Risponde Sigmar senza voltarsi. “E avevo detto a te, personalmente, che ti avrei ucciso, se ti fossi azzardato a farlo”.

“Non ti temo. Sei debole e hai consumato tutta la tua forza nello scontro con Nagash. Ti ucciderò e berrò il tuo sangue. Poi mi cingerò il capo con la corona del dominio e tutto ciò che credi di aver ottenuto oggi sarà stato invano”. Insiste il vampiro facendo un passo verso di lui.

“Davvero? E allora fatti avanti, perché io sono qui ad aspettarti”. Sigmar raccoglie Ghal Maraz e si gira lentamente verso il suo nemico.

Khaled al-Mustasir ride, ma il suono gli si spegne in gola nel vedere l’odio profondo negli occhi di Sigmar. In quegli occhi legge una forza ed un potere mai visti nello sguardo di alcun mortale, un fuoco, freddo e profondo proveniente da un posto che non appartiene a questo mondo.

In un istante, il vampiro comprende che basta un unico, ulteriore passo, perché l’essere che ha di fronte ponga fine alla sua esistenza. Come il suo padrone prima di lui, per la prima volta nella sua vita di vampiro, Khaled al-Mustasir conosce il significato della paura. Le sue membra cominciano a tremare, mentre il pensiero dell’oblio eterno e del mero vuoto che lo aspettano lo priva di ogni stilla residua di coraggio.

Trascinando la sua progenie per la discesa, la maledizione di Sigmar accompagna il vampiro durante quella frettolosa fuga.

“Ascolta adesso la parola di Sigmar Heldenhammer. Maledico te e la tua specie e vi dichiaro miei nemici per l’eternità, fino alla fine dei Tempi. Fino a quando uno della tua razza non riscoprirà il senso antico dell’onore, non oscurerà il ricordo delle vostre malefatte combattendo in difesa degli uomini come conte dell’impero e, disobbedendo al vostro signore, redimerà la propria tormentata esistenza, fino ad un ultimo atto di amore”.

Khaled non comprende il senso di quelle parole, ma, spinto dalla violenza di quella maledizione, accelera il passo per mettere quanta più distanza possibile tra sé e Sigmar.

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Re: Cronache e storie del "Mondo Nuovo"

Post by Baldovino I » 14 Jul 2016, 21:36

CAPITOLO IV – La leggenda della lunga notte di sangue
(In un luogo e in un tempo imprecisati, nelle grandi steppe delle Desolazioni del Caos, a nord del "Grande Bastione" del Cathay)

Fuori soffiava forte il vento, portando con sé gli ululati dei lupi e i latrati dei cani. Erano giorni che le condizioni metereologiche si erano deteriorate al punto da impedire lo svolgersi anche delle più normali attività del clan. La neve si era accumulata all’esterno e sui teli di copertura della jurta del capo tribù al punto che alcune delle assi dello scheletro di legno avevano manifestato i primi segni di cedimento ed il khan aveva dovuto chiamare i suoi seguaci affinché la coltre bianca venisse rimossa almeno dai punti più deboli della struttura. Alcune delle abitazioni più piccole e meno resistenti dell’accampamento erano crollate sotto il peso della neve e l’urto intermittente delle folate. Era stato semplicemente naturale per Quabul Khan invitare la sua tribù a godere del riparo della sua jurta, naturalmente la più solida, grande e maestosa del villaggio, del tepore del suo fuoco e del conforto che solo un buon bicchiere di airag poteva portare alla sua gente in una notte del genere.

L’effetto congiunto delle fiamme che danzavano allegramente al centro dello spazio coperto e dei tappeti che ne formavano le pareti, mossi da quel vento innaturale, faceva sì che le immagini della sua gente proiettate su di esse sembrassero muoversi al ritmo di una danza forsennata.

Stretti insieme in quello spazio delimitato, uomini, donne e bambini si facevano coraggio. Dopo i primi bicchieri della bevanda tradizionale hung, a base di latte di cavalla e alcool, l'umore generale si era ovviamente sollevato ed erano iniziati i primi racconti sulle gesta del Khan e su come egli avesse assoggettato le tribù vicine.

Poi, quando il fragore del vento era diventato ancora più forte ed il timore della collera degli dei aveva attanagliato i cuori dei presenti, Dayan, lo sciamano del clan, aveva preso la parola.

Perché avete paura? Perché il vento sferza la steppa e la neve copre i pascoli del nostro bestiame? Per questo pensate che gli dei siano adirati con noi? Non abbiate timore, perché ci fu un tempo nel quale la collera degli dei si manifestò realmente e la loro furia oscurò il cielo e la neve si tinse del sangue dei seguaci dei fratelli oscuri, fossero essi uomini, demoni o bestie. In quel lungo inverno senza luce - che ancora oggi ricordiamo come la lunga notte di sangue, la cui memoria è tramandata di sciamano in sciamano, di tribù in tribù e di generazione in generazione - in quel lungo inverno senza luce, dicevo, le nostre genti rischiarono la distruzione e l’estinzione totale”.

Intorno a lui il silenzio si era fatto totale. Anche i bambini più piccoli tacevano, come ipnotizzati dalla sua voce.

Gli antenati ci hanno tramandato questo racconto, perché ci fosse chiaro, anche nei momenti più difficili, che cosa sia realmente la collera degli dei e quale potere distruttivo essa abbia.

Si narra che giunse un tempo in cui gli dei fossero finalmente vicini a raggiungere il loro obiettivo e che i loro più grandi campioni avessero messo in ginocchio le civiltà degli uomini del sud. Il più grande di quegli eroi, il Signore della Fine dei Tempi, il grande unificatore, aveva conquistato una ad una le città dei suoi nemici, spazzando via le loro armate ed i loro condottieri. Gli sciamani si erano così impossessati di un potente artefatto e avevano avviato il rituale grazie al quale gli dei avrebbero raccolto il loro ambito premio. I più degni fra i loro seguaci sarebbero stati elevati alla gloria immortale.

Nel momento finale del loro trionfo erano stati beffati. Sigama, o come diavolo si chiama quell'impostore, il dio venerate da quelle genti deboli e inferiori, sicuramente grazie a qualche turpe inganno, riuscì a strappare dalle loro mani le misere vite di quelle vittime predestinate. Quando i quattro fratelli se ne resero conto, il cielo sopra le nostre terre si oscurò e la nostra terra fu avvolta da una lunga notte che sembrava infinita. La temperatura si fece quasi insopportabile ed il gelo avvolse le lande della nostra gente. Questo non fu che l’inizio. La collera del dio del sangue si tramutò in furia distruttrice. I più deboli dei nostri sciamani crollarono al suolo mentre rivoli di sangue fuoriuscivano da occhi, naso, bocca e orecchie. Prima di crollare a terra, molti, sputando sangue tra una parola e l’altra, raccontarono di atroci visioni di legioni infinite di demoni che si affrontavano nel regno degli dei oscuri in battaglie sconfinate ed infinite.

Sulla nostra terra le tribù si voltarono l’una contro l’altra in conflitti di una crudeltà ed efferatezza mai viste prima. I seguaci dei quattor signori oscuri si affrontarono nella desolazione di una terra battuta dal vento, stretta nella morsa della neve e del ghiaccio e attanagliata dalla tenebre. Nelle foreste ammantate dal freddo le fiere e gli uominibestia si dilaniavano fra di loro, mentre la guerra tra i demoni si spingeva fin entro le nostre terre.

Le tribù degli Hung, ma non stento a credere che lo stesso accaddesse per tutti gli altri popoli che hanno votato le proprie vite al cammino tracciato dagli dei oscuri, erano sull’orlo dell’autodistruzione. Fu allora che improvvisamente il vento si calmò ed una fioca luce tornò a rischiarare le nostre albe. Il più grande sciamano di quel tempo, di cui porto indegnamente il nome, intraprese allora un viaggio mai percorso prima da essere mortale verso un luogo remoto a nord, di cui aveva sentito parlare solo nelle leggende più oscure. Nonostante la guerra infuriasse ancora intorno a lui, attraversò illeso quelle distese. Quando tornò, nessuno poté comprendere la sua trasformazione: portava su di sé, innegabilmente i segni del favore degli dei, ma il suo corpo era invecchiato come se il suo viaggio fosse durato per decenni, mentre aveva lasciato la sua tribù solo poche settimane prima. I suoi occhi non mostravano più alcuna luce, ma solo la profondità di un’oscurità senza fine e, nonostante ciò, poteva scrutare nell’animo degli uomini scoprendone anche i più reconditi pensieri.

Nessuno osò mettere in dubbio il suo racconto, per quanto solamente intenderlo potesse portare le menti più deboli alla follia e alla morte. Narrò di aver camminato per anni e anni attraverso terre inesplorate, sferzate da un inverno eterno, coperte da una coltre che aveva assunto i colori del sangue delle bestie e dell’icore dei demoni che si battevano senza tregua in quelle vastità. Aveva visto orrori indicibili, la natura corrotta e mutata da una magia incomprensibile.

Più andava avanti nel suo cammino, più il mondo intorno a sé appariva stravolto e dilaniato. Aveva perso ogni nozione del tempo e dello spazio, ma aveva continuato, attratto da un bagliore innaturale all’orizzonte. Finalmente, quando anche l’ultima stilla di speranza e sanità mentale stava per abbandonarlo, di fronte ai suoi occhi era apparsa una colonna di energia magica che squarciava il cielo e la terra. Si era avvicinato con passi sempre più incerti. Coorti di demoni in guerra tra di loro si erano incredibilmente aperte quasi a creare un corridoio grazie al quale egli aveva potuto proseguire illeso la propria marcia. Giunto in prossimità di quella fonte di energia infinita si era sentito come fosse sulla sommità della terra, come se ogni strada che partisse da quel punto volgesse verso sud. Scrutò verso il cielo e poi verso la terra. Vide le stesse cose, come se il cratere ai suoi piedi riflettesse le immagini di ciò che accadeva nelle immensità astrali. La pozza dell’eternità, così la aveva chiamata. O così la aveva denominata una voce che, insistente, risuonava nella sua testa.

Le immagini nella pozza iniziarono a diventare via via più nitide.

Aveva allora potuto contemplare quattro demoni, i più possenti che avesse mai visto negli ultimi anni di marcia attraverso quelle desolazioni. Si erano battuti a lungo e ciascuno di essi mostrava profonde ferite nel corpo. Quindi, quasi simultaneamente, si erano fermati, ansimando profondamente. Si erano quindi avvicinati al punto da cui la colonna di energia fuoriusciva dal reame del caos per raggiungere la terra. Scrutarono a lungo attraverso quel condotto ciò che accadeva nelle terre dei mortali. Ognuno di essi rappresentava uno dei quattro fratelli oscuri e quel punto nel reame del Chaos era il luogo esatto dove il dominio di ciascun dio toccava quello degli altri. Alle spalle di ciascun demone si potevano intravedere le vastità appartenenti al proprio patrono. Da un lato una distesa di teschi; da un altro un giardino rigoglioso ed intricato; da un altro ancora un labirinto in continuo movimento; dall’ultimo l’immagine distorta di una muro formato da corpi sinuosi e lascivi dal quale si levavano voci estasiate e, al tempo stesso, sofferenti.

I quattro demoni restarono in silenzio per un lungo momento. La furia dell’Assetato di Sangue sembrava momentaneamente sopita. Neanche il sorriso ironico della Custode dei Segreti sembrava scalfire la sua calma innaturale. Il Grande Immondo guardava con occhio bonario le terre dei mortali, mentre il Signore del Mutamento scrutava i propri interlocutori cercando di intuirne le vere intenzioni.

Era stato quest’ultimo a prendere la parola, anche se era ovvia, che attraverso di lui risuonasse la voce del suo dio.


“Ka’Ema’Than” aveva detto volgendosi verso l’assetato di sangue. “Il tuo signore ha raccolto un numero sufficiente di teschi per adornare il proprio trono. Le nostre genti sulla terra rischiano l’estinzione e, se non arrestiamo questo massacro, non avremo più seguaci in grado di compiere il nostro volere e offrire i sacrifici che rafforzino il nostro potere. Il dio degli uomini ci ha beffato e la distruzione dei nostri seguaci fa sì che le terre degli uomini resteranno al riparo dalle loro incursioni per molte generazioni. Dobbiamo arrestare tutto questo e far sì che la vita riprenda il sopravvento per il tempo necessario a ricostituire le nostre forze.”

L’assetato di sangue manifestò il proprio accordo con un ringhio profondo.

“E tu, Phla’Eeksanth, cosa ne dici? Il tuo patrono è pronto a proteggere la vita che dovrà riprendere il sopravvento? È pronto a risparmiare da malattie mortifere i suoi ed i nostri servi mortali e a celebrare la vita come nei suoi giorni migliori?”

Il Grande Immondo assentì, accompagnando il movimento del capo con un colpo di tosse rauca.

La Custode dei Segreti prese allora la parola, la voce sensuale e persuasiva:
“Credo che conveniate tutti sul fatto che, per ripopolare le desolazioni del Caos sia giunto il momento che Slaanesh prenda il sopravvento. Vero, Gno’Th’Aeleos? Anche Tzeench è d’accordo?”

Abbassando il capo, il demone dalla forma aviana diede il suo assenso. “Sì, Than’Phtori Neera. Anche il mio padrone è d’accordo”.

Così la nostra gente fu salva. Sulla strada del ritorno, il grande sciamano vide che ovunque, intorno a lui, la guerra era finita e la lunga notte di sangue lasciava spazio ad una nuova luce. Lungo tutto il suo cammino sulla strada del rientro fu testimone del profondo cambiamento che il dominio di Slaanesh aveva portato sulle terre abitate dai seguaci degli dei oscuri. I clan devoti al principe oscuro erano al potere ovunque. Ogni vincolo morale era abbattuto ed ogni eccesso permesso. Non aveva nutrito dubbi sul fatto che, a tempo debito, tutti i clan avrebbero recuperato la loro forza numerica. E poi, sicuramente, la tregua tra gli dei sarebbe finita e con essa il dominio del principe oscuro."

Terminato il proprio racconto, Dayan trasse un profondo respiro e si guardò intorno quasi a misurare l’effetto che le sue parole avevano prodotto.

“Le nostre tribù, effettivamente, sono forti come non mai.” Riprese. “Il giogo dei seguaci del dio degli eccessi è stato spezzato ed è giunto il momento che la gloria del Grande Manipolatore torni a risplendere su queste terre. Questo è il significato della tempesta degli ultimi giorni. Questo è il motivo per il quale siamo tutti riuniti qui stanotte. Il mondo tremerà di nuovo sotto lo scalpitio dei nostri cavalli lanciati al galoppo ed il grande bastione degli uomini del Cathay crollerà. Ovunque, gli imperi degli uomini cadranno sotto i colpi dei seguaci degli dei oscuri e domani sarà l’alba di un mondo nuovo”.

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Re: Cronache e storie del "Mondo Nuovo"

Post by Baldovino I » 22 Oct 2016, 13:39

Capitolo V – Misteri da risolvere (prima parte)
(Altdorf, anno 2305, del Calendario del Nuovo Impero di Sigmar. Giorno del Mistero)

Le ultime luci del giorno andavano calando lentamente in quella lunga e tersa serata d’estate; una stagione finalmente colma di speranza per l’avvenire delle popolazioni dell’Impero, dopo anni di paure e di guerre. L’aria nella capitale era rinfrescata da una brezza gentile che prometteva le migliori condizioni climatiche. Nel cielo si iniziavano ad intravedere le lune gemelle nella loro pienezza, ma, complice la bella serata, sembravano meno minacciose del solito.

Una figura esile ed emaciata apparve sulla soglia dell’ingresso principale della grande biblioteca di Altdorf. Si appoggiava stancamente ad un bastone riccamente intarsiato e sormontato da una figura femminile alata, con i seni coperti dalle folte chiome ed il capo adornato da una falce di luna dorata con le punte rivolte verso l’alto. L'individuo portava un copricapo elaborato, ridicolosamente alto e totalmente inusitato per le mode delle genti della capitale. Ciononostante, nulla nell’abbigliamento dell’individuo suscitava derisione, perché le vesti erano ricche ed adornate di gemme preziose.

“È qui anche stasera”. Sospirò dal fondo dell’enorme sala uno dei due bibliotecari di turno.

“Vai a prendere un po’ di candele e del cordiale, Hans. Anche questa sarà una lunga serata. Se continua così, l’elfo finirà per spirare tra queste mura. E noi con lui…”

“Va bene, Kurt”. Gli rispose il collega, a stento trattenendo una risatina, mentre si alzava dalla sua sedia.

Kurt fece una smorfia di profondo disappunto. “Se l’imperatore in persona non avesse ordinato espressamente di esaudire ogni sua richiesta, lo avrei già preso a calci e buttato fuori da qui tanto tempo fa”.

All’ennesima battuta, Hans guardò il suo interlocutore con malcelato disgusto. “Dovresti essere più rispettoso, Kurt. Se non fosse stato per i tre maghi elfi e la loro conoscenza dell’arcano, non sappiamo neanche se avremmo vinto la guerra… Bah, già che mi devo disturbare, a te cosa porto da bere?”

Il suo collega gli lanciò un’occhiataccia. “Il cordiale, per Sigmar e Shallaya! Cosa credevi? Che fosse per lo stregone dalle orecchie a punta? Che Morr se lo porti, se vuole morire sepolto dalla carta, ma io ho bisogno di tirarmi su! Che cosa c’è, perché mi guardi in quel modo?”

Hans non ebbe bisogno di replicare, leggendo l’imbarazzo e la vergogna sul volto del proprio collega.

L’elfo era già di fronte alla loro scrivania, giunto fin lì con una rapidità e furtività inaspettate.

“Buonasera, Hans. Buonasera Kurt”. Quest’ultimo ebbe l’impressione che l’intonazione del saluto a lui diretto fosse leggermente derisoria.

“Come è finita poi la partita a dadi dell’altra sera?” Continuò il mago guardandolo fisso negli occhi. “Ha perso nuovamente o questa volta Ranald le è stato proprizio?”

“Buo-buonasera, eccellenza” balbettò Kurt, abbassando lo sguardo. Il bibliotecario, ancora rosso dalla vergogna, iniziò a bofonchiare qualche frase sconnessa, finché Hans non venne in suo soccorso.

“Come possiamo esserle d’aiuto? Ha forse bisogno di cercare qualche nuovo libro? Stavo giusto andando a prenderle alcune candele per rischiarare ulteriormente la sala di lettura. Posso portarle qualcosa da bere o da mangiare?”

“Grazie Hans. Solo acqua. Come al solito. In effetti, sono alla ricerca di un volume che narri dei primi anni dell’Impero. Dalla sua fondazione fino alla scomparsa di Sigmar. Forse può aiutarmi a trovare quello di cui ho bisogno”.


***

Mentre seguiva il bibliotecario per i bui corridoi dell’edificio, Teclis non poté trattenere una smorfia di disgusto all’odore di chiuso e di legno marcescente e ammuffito che, di tanto in tanto, raggiungeva le sue narici fuoriuscendo dai passaggi laterali.

La struttura era semplice e sgraziata al confronto con gli slanciati ed eleganti edifici costruiti dagli abitanti dei regni dell’Ulthuan.

E anche se le costruzioni degli uomini dovevano ancora superare la prova del tempo, delle guerre e dei disastri naturali, per dimostrare di poter rivaleggiare con le opere degli elfi, se non in grazia ed eleganza, almeno in longevità e solidità, Teclis non poteva fare a meno di provare una profonda ammirazione per la capacità degli uomini di superare gli angusti limiti imposti dalla breve vita concessa loro dagli dèi. Gli elfi avevano a disposizione tutto il tempo necessario. Invece, visti da quella prospettiva, gli uomini apparivano semplicemente sorprendenti per la caparbietà con cui rinforzavano, edificavano o riedificavano, ampliavano o abbellivano le proprie costruzioni attraverso le generazioni. Guardando con attenzione l’architettura della biblioteca, Teclis poteva discernere gli interventi successivi, le parti che erano state sovrapposte alle strutture preesistenti, innovando, modificando l’aspetto e denotando un gusto che si era andato sviluppando nel tempo.

Gli uomini erano sicuramente gretti ed incolti al confronto degli elfi; la loro lingua brusca e gutturale al cospetto di quella armoniosa e musicale dei figli di Asur, era di una semplicità disarmante e poteva essere imparata in meno di una settimana.

Eppure conteneva in sé un fascino misterioso ed incomprensibile. Aveva appreso a sue spese che un’intonazione della voce o un’espressione del volto, una semplice inversione di una parola, potevano completamente cambiare il senso di una frase altrimenti banale. Allo stesso modo, i rapporti tra i dignitari del governo imperiale, molte delle loro azioni e reazioni erano il frutto di spontaneità, di forti sentimenti ed emozioni, così diverse dai freddi calcoli e complotti della corte del re fenice. Bastava un nonnulla per scatenare liti furibonde che sembravano poter terminare in ogni istante in un bagno di sangue, ed un momento dopo constatare che ogni acrimonia si era dissolta e che minacce e offese si tramutavano in abbracci, pacche sulle spalle e crasse risate.

Mentre si sedeva al tavolo di lettura, aspettando che Hans gli portasse il libro che aveva richiesto, Teclis continuò a riflettere sugli anni trascorsi tra gli uomini.

Guardando la luce della fiamma di fronte a lui, ripensò a come non avesse avuto modo di rimpiangere un solo istante di aver abbandonato la sua terra, peraltro in un momento di bisogno, mentre le sorti della guerra contro i loro fratelli oscuri erano ancora in bilico e suo fratello, il principe Tyrion, guidava le armate del re fenice per liberare uno dopo l’altro i reami dell’Ulthuan dalle armate degli elfi oscuri che, seppur sconfitte duramente nella battaglia della piana di Finuval, ancora li occupavano.

Il momento del ritorno su Ulthuan era ormai vicino, perché anche la sua missione di insegnare ai sudditi di Magnus un rudimentale uso dei venti della magia si stava avviando a conclusione. Ogni giorno nelle terre degli uomini si era dimostrato foriero di scoperte e conoscenze inattese. E di pericoli.

La grande guerra contro il Caos, come la avevano subito definita i cronisti dell’Impero, era stata vinta. Ad un prezzo esorbitante. In termini di vite umane, sicuramente, ma anche per qualcosa di più nascosto, di più profondo e di maligno che si era insinuato nel reame degli uomini.

Prima che Magnus il Pio avesse riunito il grande esercito che aveva sconfitto l’orda di Asavar Kul, rivalità fra il culto di Sigmar e quello di Ulric e fra conti elettori per chi dovesse sedere sul trono di Altdorf avevano indebolito il tessuto stesso della società umana. La corruzione si era diffusa tra tutte le classi sociali, mentre sette clandestine dedite agli dèi oscuri tramavano contro concittadini e governanti. Queste ferite sarebbero stato forse curate col tempo, ma l’invasione delle tribù del nord aveva lasciato un’eco indelebile del Reame del Caos nelle terre dei mortali: la città di Praag era stata per sempre stravolta nel suo aspetto e nelle sue fondamenta e a nulla sarebbero valsi i tentativi delle genti di Kislev di raderla al suolo e ricostruirla.

Teclis sospirò profondamente, appoggiandosi pesantemente allo schienale della sedia. Ogni volta che ricordava quello che aveva visto nella città maledetta, un brivido percorreva tutta la sua schiena facendolo tremare e rivoltandogli gli intestini.

Aveva girovagato a lungo per quelle strade stravolte dalla furia dei poteri perniciosi. Aveva percepito le urla e la disperazione delle vittime, imprigionate in mura imbrattate di sangue, dalle quali, ammassate l’una sull’altra, sagome di figure umane cercavano disperatamente di liberarsi. Aveva anche provato a sfidare l’oscura magia per distruggere quelle prigioni, ma persino i suoi poteri si erano rivelati insufficienti.

Stravolto e provato aveva continuato a vagabondare, apparentemente senza meta. E poi lo aveva visto. In mezzo a quella distruzione, a quel dolore, a quella corruzione, a quelle forze cariche di odio e di cupidigia per le vite dei mortali, si stagliava un palazzo dal quale emanava un potere magico di un’intensità mai percepita in precedenza. Teclis si era avvicinato e ad ogni passo aveva intuito, sempre più vicina, la presenza di esseri estremamente pericolosi, non di questo mondo. Quasi contro la sua volontà era stato attratto all’interno di quel palazzo. Se ovunque, a Praag, la distruzione la faceva da padrone, le stanze di quell’edificio, invece, apparivano quasi immacolate. Le pareti dei lunghi corridoi sembravano di cristallo, attraverso il quale una luce che sembrava provenire dal nulla si rifrangeva, cambiando continuamente tono e colore.

La magia pulsava violentemente nelle stanze che aveva attraversato e Teclis era andato avanti mettendo un piedi davanti all’altro come in trance, avviluppato da un potere irresistibile. Ricordava ancora di essere disceso diversi piani sottoterra prima di fermarsi di fronte a uno specchio.

O almeno, a quello che sembrava essere uno specchio.

(continua)

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Re: Cronache e storie del "Mondo Nuovo"

Post by Baldovino I » 17 Nov 2016, 22:54

(2a parte)

Teclis allungò le dita di fronte a sé. Improvvisamente le ritrasse, spaventato dall’ondata di energia che aveva percepito e che minacciava di attrarlo a sé. La superficie dello specchio, che fino ad un istante prima appariva liscia e rifletteva la sua immagine, si increspò, mentre iniziava a mostrare altro.

Il mago fece due passi indietro e scrutò con attenzione l’oggetto. Ci volle tutta la sua concentrazione e conoscenza dell’arcano per comprendere di cosa si trattasse: un portale magico, aperto su una realtà le cui leggi sfuggivano a quelle del mondo dei mortali; una realtà dove tutto appariva distorto ed in continua mutazione. Le leggi che governavano quel posto erano dettate da una magia più potente di qualsiasi forma avesse mai conosciuto.

Le immagini che scorrevano nello specchio attrassero la sua attenzione. Sembravano mostrare una storia coerente, all’interno di un luogo che di certo e stabile non aveva nulla. I corridoi di quello che appariva essere un labirinto di cristallo cambiavano forma ed inclinazione, continuamente. All’interno degli ambienti mostrati nello specchio vedeva un gruppo di uomini muoversi veloci. Seguivano un individuo che di umano aveva solo la foggia e l’armatura che indossava, cesellata in più punti con il simbolo della cometa a due code. Promanavano da lui una regalità ed una maestosità che trasudavano potere divino. I capelli e la barba, di un biondo acceso, fluivano folti, accompagnando con movimenti cadenzati la corsa di quel campione del bene attraverso le stanze incantate. Impugnava un possente martello che non ne rallentava minimamente l’andatura.

Il gruppo che lo seguiva era composto di tre guerrieri che, se non fosse stato per la superiorità manifesta del loro capo su ognuno di loro, sarebbero apparsi possenti al confronto di qualsiasi altro essere mortale. Le loro armature recavano i simboli del martello e della cometa, mentre due grosse fibbie sostenevano un mantello bianco bordato di rosso.
Dietro di loro avevano lasciato una scia di cadaveri, creature dalle fattezze umane, eppure mutate – evidentemente dal potere del Caos e, ancor più chiaramente dal potere del dio del mutamento, Tzeench – che avevano inutilmente cercato di sbarrargli la strada.

I quattro erano poi entrati in una grande sala, completamente deserta. Da un altro ingresso erano stati raggiunti da altri quattro guerrieri, capitanati da un uomo che sovrastava gli altri di una spanna intera e che stringeva in mano una spada talmente grande che avrebbe potuto tranciare in due un uomo con un colpo solo.

Sigmar, non poteva che trattarsi del dio-re dell’impero degli uomini, aveva scambiato qualche parola con lui e ne aveva ricevuto un oggetto che aveva incastrato assieme ad altri già in suo possesso. Sembrò leggervi qualcosa e, poi, ad alta voce pronunciò un nome.

La stanza aveva mutato repentinamente aspetto, divenendo più grande e popolata di uomini e demoni devoti al dio del mutamento e della magia.

In fondo ad essa, protetta da tali schiere, era collocata una teca di cristallo e sopra di essa un demone stregone dall’aspetto macilento e con una testa dalla quale promanavano sui due lati delle protuberanze a foggia di lame sulle quali si appoggiavano quattro coppie di occhi. Dalla cintura pendeva una lama ritorta. L’essere aveva tre braccia. Due delle tre mani tenevano un oggetto: un bastone ed un libro aperto dal quale, dopo un momento di smarrimento all’arrivo dei nemici e dopo aver urlato un ordine ai suoi seguaci, iniziò ad intonare quelle che dovevano necessariamente essere le cantilene di un rituale arcano. La terza mano, osservò Teclis, era chiusa, forse nascondendo qualcosa al suo interno.

Anche Sigmar aveva gridato, ordinando ai suoi uomini di seguirlo nella mischia. Si erano lanciati sui loro nemici con una veemenza impressionante. Ogni colpo di martello di Ghal Maraz mieteva vittime tra i nemici, mentre Wulfart - anche in questo caso Teclis aveva riconosciuto il capo del secondo gruppo di guerrieri, l'amico fraterno di Sigmar più volte citato nelle cronache dell'Impero, dalla sua statura e dalla spada leggendaria con cui menava fendenti a destra e manca – avanzava al suo fianco atterrando un nemico per ogni colpo sferrato. A destra e sinistra dei due capi gli altri guerrieri si erano schierati tre per parte, ma avanzavano più lentamente, di modo che il loro schieramento ricordava la forma di un cuneo che si conficcava sempre più in profondità nelle file del nemico.

Man mano che avanzavano verso la teca ed il demone sopra di essa, la ressa intorno a loro si faceva sempre più pressante e gli uomini disposti sui fianchi dovettero iniziare a ripiegare verso il retro, formando una specie di anello e combattendo nemici che arrivavano ormai da ogni lato.
Sigmar e Wulfart sembravano non preoccuparsi minimamente del pericolo causato da guerrieri, uominibestia o demoni minori e tutte le loro attenzioni erano concentrate sull’obiettivo in fondo alla sala.

Dal canto suo, lo stregone macilento sembrava affrettare, per quanto possibile, la sua litania, con gli occhi che riflettevano una paura crescente al progredire dei nemici verso la sua posizione.
Quando ormai Sigmar stava per raggiungerlo, un Signore del Mutamento apparve nella stanza. I due sembrarono quasi riconoscersi, ma dopo un solo attimo d’incertezza, l’Umberogeno si lanciò contro il nuovo arrivato, assorbendo con il suo martello il fulmine magico che gli era stato scagliato contro ed incalzandolo con una serie di colpi da destra e da sinistra che il demone schivò e parò con il suo bastone con crescente difficoltà.

Sigmar finse un attacco da destra e con una velocità innaturale fece ruotare il martello verso sinistra e da lì colpì il fianco che il demone aveva lasciato scoperto, ricacciandolo nel reame del suo padrone. Poi si lanciò sullo stregone, mentre costui pronunciava frettolosamente gli ultimi versi dell’incantesimo.

Il servo di Tzeench scansò il primo colpo che si abbatté sulla teca, frantumando uno dei sigilli che la chiudevano.

Teclis poté contemplare solo per un istante la figura femminile che giaceva all’interno della teca. Era di una bellezza indescrivibile e di fattezze tali da non poter essere una comune mortale. Anche in quello stato di prigionia promanava da lei un'evidente aura di potere divino. Aprì gli occhi, quasi risvegliata dal fragore del colpo del martello magico sulla sua prigione. Lo sguardò incrociò quello del suo soccorritore ed in quello sguardo a Teclis parve di scorgere un sentimento che avrebbe definito quasi di amore materno.

La visione durò un attimo, perché, terminato il rituale, la prigione della dea scomparve nel nulla e lei con essa. Sigmar urò dalla rabbia e si scagliò contro il demone atterrandolo in un instante e colpendolo ripetutamente. Il demone cercò di proteggersi prima con il proprio bastone e poi financo col libro. I colpi del martello li mandarono in frantumi. Quando Ghal Maraz si abbatté per la terza volta sullo stregone, il suo corpo cadde esamine con il terzo pugno ancora chiuso.

Sigmar, ansimante e con il volto marcato in un’espressione di rabbia e frustrazione, si voltò a guardare il resto della sala. Due dei suoi uomini erano caduti, mentre gli altri abbattevano gli ultimi nemici sopravvissuti.

Il dio-re si girò nuovamente verso lo stregone demoniaco e notò il pugno chiuso. Aprì le dita, una ad una, e quello che vide mutò l’espressione del suo viso che si riaccese alla speranza.
Sigmar raccolse un oggetto a forma di chiave, mentre il corpo del nemico che giaceva ai suoi piedi si consumava rapidamente fino a tramutarsi in polvere.

La visione si dissolse lentamente, finché la superficie non rifletté unicamente l'immagine di Teclis. Parimenti, l'energia magica che fino ad un'istante prima pulsava possente, svanì. Poi il vetro andò in frantumi.


(continua)

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Re: Cronache e storie del "Mondo Nuovo"

Post by Baldovino I » 23 Dec 2016, 21:30

(3a e ultima parte)

Un colpo di tosse ripetuto e insistente riportò Teclis al momento presente, distogliendolo dai ricordi e da quelle meditazioni. Hans, ritto di fronte a lui, gli porgeva il libro che aveva richiesto. Teclis aveva ringraziato e congedato il bibliotecario, poi si era concentrato sulla lettura.

La sua permanenza nell’impero gli aveva consentito di studiare approfonditamente la storia di quelle terre ed egli aveva minuziosamente ricostruito la cadenza temporale dei principali avvenimenti per metterla in corrispondenza con quella di Ulthuan. Se l’esercizio, inizialmente, gli era sembrato puramente accademico, ad un certo punto aveva fatto una serie di scoperte che lo avevano lasciato interdetto.

In effetti, alcuni eventi della storia di Sigmar coincidevano perfettamente con alcune profonde agitazioni che avevano segnato la storia del continente elfico.
Tutto era iniziato con la sconfitta di Nagash. Per gli elfi quello era l'anno 706 del regno di Bel-Korhadris, il Re-Studioso. In quell'anno, anzi proprio nel giorno in cui il calendario imperiale registrava la sconfitta del Grande Negromante, una profonda turbolenza aveva colpito Ulthuan, propagandosi dall'Isola dei Morti al resto dell'isola continente.

Azyr, il vento dell'Empireo era scomparso dal Vortice magico ed il disequilibrio che ne era conseguito aveva provocato terremoti e maremoti che, seppur di intensità contenute, erano stati avvertiti in tutti i regni elfici.

Ancor più stranamente, la scomparsa di Azyr sembrava aver profondamente colpito gli animi degli Alti Elfi, al punto da scatenarne un'inusitata aggressività. Il re fenice, probabilmente al fine di scongiurare scontri intestini, ma Teclis non poteva escludere che fosse lui stesso stato spinto da pulsioni guerriere, aveva ordinato tutta una serie di spedizioni militari. La maggior parte erano state rivolte contro gli odiati fratelli Oscuri, ma altre si erano spinte fino al Vecchio Mondo, Lustria, l'Arabia, l'Ind, Cathay e Nippon. La maggior parte si erano concluse in veri e propri disastri, ma alcune avevano permesso agli Elfi di stabilire nuove colonie ai quattro angoli del globo.

I rovesci militari più importanti, però, si erano registrati a Naggaroth e nel Vecchio Mondo. Se l'assalto alle inospitali terre dei fratelli Oscuri era forse comunque destinato all'insuccesso, lo svolgimento della campagna nelle terre dell'Impero aveva sempre lasciato Teclis molto perplesso. E i dubbi erano aumentati studiando i resoconti degli stessi avvenimenti narrati nelle cronache del regno di Sigmar.

Il dio-re dell'Impero aveva espressamente ordinato ai CONTI E AI suoi generali di evitare uno scontro aperto con gli elfi e aveva imposto una strategia militare di contenimento. Gli eserciti degli uomini avevano, di fatto, accompagnato le armate degli Asur lungo la loro avanzata, ritirandosi sempre in maniera ordinata.
Gli elfi avevano interpretato tale condotta come manifestazione della debolezza degli uomini e della loro consapevolezza della superiorità delle armate dell'Ulthuan. Man mano che avanzavano in territorio nemico, cresceva in loro l'arroganza e la certezza di essere imbattibili. Visto che le armate di Sigmar continuavano ad evitare lo scontro, un piano molto più ardito si era fatto strada nelle menti dei generali elfi: attaccare Karaz-a Karak e recuperare la corona della fenice.

Teclis era rimasto veramente interdetto, quando aveva letto che Sigmar in persona, una volta compreso il piano degli invasori, aveva inviato numerose ambascerie alla capitale dei nani, per convincere il loro re a seguire la medesima condotta delle armate degli uomini. Kurgan Barbadiferro ascoltò i suggerimenti del suo amico e, in un primo tempo, anche i nani si limitarono a sbarrare le porte delle loro fortezze e a farsi beffe dei loro nemici bloccati al loro esterno.

Quando però le armate elfiche posero l'assedio a Karaz-a-Karak, Kurgan decise che i loro nemici avessero oltrepassato ogni limite consentito e, nonostante le preghiere che Sigmar continuava ad inviare attraverso i suoi messaggeri, si preparò all'assalto. Le fornaci presero a lavorare a pieno regime e messaggi furono inviati alle fortezze vicine, richiamando i loro sovrani ai doveri di fedeltà nei confronti del re-dei-re.

Giunto il momento a lungo atteso, I NANI uscirono dalla capitale per dare battaglia. I generali elfi si rallegrarono, convinti che l'onta di Caledor II sarebbe stata finalmente vendicata. Lo scontro che ne seguì fu il più imponente dell'era del Re-Studioso. E ne rappresentò anche l'infamia più grande. Ad alimentare la loro tracotanza ci pensò anche re Kurgan in persona che scese sul campo di battaglia cingendo al capo l'ambita corona.

Spinti da quell'innaturale aggressività che poteva essere finalmente liberata senza contenimenti, gli elfi attaccarono il loro nemico senza alcun discernimento. Si spinsero a fondo nei ranghi nemici, ignorando le pesanti perdite causate dall'artiglieria dei nani. La linea dell'esercito di Karaz-a-Karak sembrò cedere al centro ed i sudditi di Bel-Korhadris raddoppiarono i loro sforzi per mandarlo in rotta. Nel compiere questa manovra non si accorsero che, nel frattempo, erano giunte sul campo di battaglia le forze di Karak Kadrin e Karak Norn che presero gli elfi alle spalle, segnandone il destino.

L'unico gesto di clemenza che i nani mostrarono quel giorno fu l'aver evitato l'inseguimento di quel poco che restava dell'orgogliosa armata che aveva lasciato l'isola-continente.

Sigmar aveva ordinato che i sopravvissuti che attraversavano nuovamente le sue terre in direzione opposta, cercando di tornare verso la costa, venissero catturati, ma che la loro prigionia fosse la più confortevole possibile.

In quello stesso periodo, i confini dell'Impero erano stati minacciati anche da sud, dalle tribù dei Bretonni che sarebbero state unificate sotto la corona di Gilles le Breton solamente svariati secoli dopo. Anche in questo caso, e nonostante l'avviso contrario dei suoi consiglieri, Sigmar aveva ordinato di mantenere un atteggiamento pacifico. Anziché inviare armate, l'imperatore inviò doni e richieste di alleanza.

Allo stesso tempo, aveva ordinato che la difesa DI PASSI E VALICHI CHE COLLEGAVANO L'IMPERO AI RIOTTOSI VICINI venisse rafforzata. Entrambe le decisioni ebbero l'effetto di spingere i Bretonni a più miti consigli.

Teclis aveva appreso con interesse anche dei numerosi viaggi che Sigmar aveva intrapreso in quegli anni. Anche questi sembravano avvolti da un manto di mistero E INTIMAMENTE COLLEGATI ALLE VICENDE CHE STAVA ESAMINANDO CON ATTENZIONE. L'imperatore si era recato a Middenheim e lì era penetrato nei sotterranei della città per riemergere solo dopo alcuni giorni.

Anche in occasione di UN'ALTRA VISITA, a Talabheim, il sovrano degli uomini era scomparso per qualche tempo.

Teclis aveva registrato anche un viaggio a sud, verso Bretonnia e la foresta di Athel Lorien. TUTTI I CRONICISTI CONCORDAVANO CON L'AFFERMARE CHE, AL SUO RITORNO, L'IMPERATORE AVEVA UN'ESPRESSIONE PIÙ SERENA E APPAGATA. NONOSTANTE GLI ANIMI DEGLI ELFI DELL'ULTHUAN FOSSERO ANCORA ALTERATI, SIGMAR AVEVA OTTENUTO CHE UNA PACE SOLENNE FOSSE FIRMATA TRA I POPOLI BELLIGERANTI. SEPPUR RIOTTOSAMENTE, DELEGATI DEL RE FENICE E DEL RE DEI NANI RISPOSERO ALL'APPELLO DEL SOVRANO DEGLI UOMINI E, ALMENO A PAROLE, I CONTENDENTI DICHIARARONO DI DEPORRE GLI INTENTI BELLICI E CANCELLARE I RANCORI. TECLIS RIMASE PARTICOLARMENTE COLPITO DALL'EVIDENTE COLLEGAMENTO TRA IL VIAGGIO VERSO LORIEN E L'ACCETTAZIONE DELL'ACCORDO DA PARTE DI DUE POPOLI, PER LORO STESSA NATURA, ORGOGLIOSI E PERVICACI. PERALTRO, LE CONTESTUALI CRONACHE ELFICHE, CHE IL MAGO AVEVA AVUTO MODO DI VEDERE SU ULTHUAN, NON CHIARIVANO AFFATTO LA SITUAZIONE, LASCIANDO INTENDERE CHE, IN QUALCHE MODO, LA DECISIONE FOSSE STATA IMPOSTA PERSINO AL RE FENICE. MA DA CHI? QUESTO RESTAVA IL PROBLEMA.

LA PACE TRA GLI UOMINI E GLI ELFI ERA STATA SIGILLATA CON UNA SERIE DI MATRIMONI. LA DELEGAZIONE DEGLI AMBASCIATORI asur FU ACCOMPAGNATA DALLE FIGLIE DI SEI NOBILI CASATE CHE FURONO DATE IN SPOSA AD ALTRETTANTI FIGLI DI PROMINENTI UOMINI DELL'IMPERO. I PRIGIONIERI ELFI FURONO LIBERATI E SEI DI PIÙ ALTO LIGNAGGIO TRA DI LORO SPOSARONO ALTRETTANTE DAME DELL'ARISTOCRAZIA DELL'IMPERO. DA QUELLE UNIONI NACQUERO UNICAMENTE DODICI FIGLI MASCHI, TUTTI NEL MEDESIMO ANNO E UNO PER FAMIGLIA. QUANDO COMPIRONO DIECI ANNI D'ETÀ, I MEZZELFI, COME ERANO ADDITATI IN SENO ALLA CORTE, FURONO CONDOTTI AD ALTDORF PER ESSERE CRESCIUTI VICINO ALL'IMPERATORE.

ALLA MORTE DEI RISPETTIVI CONSORTI MORTALI, GLI ELFI NON FECERO RITORNO SU ULTHUAN, MA INIZIARONO A SPOSARSI TRA DI LORO, DANDO VITA AD UNA COLONIA ASUR IN SENO ALL'IMPERO CHE SI ANDÒ PROGRESSIVAMENTE RAFFORZANDO A SEGUITO DELL'ARRIVO DI COMMERCIANTI E ARTIGIANI ELFI. GRAZIE ALLA LORO RICCHEZZA E ALLA NATURALE INCLINAZIONE ALL'INTRIGO, I CAPOSTIPITI DI QUESTA COLONIA AVEVANO ASSUNTO, UN PO' ALLA VOLTA, UNA POSIZIONE PARTICOLARMENTE INFLUENTE IN DIVERSE CITTÀ DELLE TERRE DEGLI UOMINI.

Del VIAGGIO più lungo, quasi un anno di assenza, vi erano brevissimi resoconti. Alcuni accennavano al fatto che Sigmar si fosse spinto in Estalia, altri addirittura contemplavano la possibilità che egli si fosse spinto ben oltre, nella Terra della Morte o persino nel cuore dell'Arabia. Per quanto fossero imprecisi e incoerenti, tutti concordavano sul fatto che quest'ultimo viaggio lo aveva profondamente cambiato.

UN'ULTIMA COINCIDENZA AVEVA ATTIRATO L'ATTENZIONE DI TECLIS. Le campagne militari degli Elfi, NON PIÙ DIRETTE CONTRO UOMINI E NANI IN OSSEQUIO ALLA PACE SANCITA IN PRECEDENZA, si erano esaurite improvvisamente, così com'erano iniziate. Ancora una volta, questo evento era collegato ad un preciso momento della storia dell'Impero: la scomparsa di Sigmar.

L'imperatore era partito per un altro viaggio, ma questa volta aveva lasciato dietro di sé il suo prodigioso martello. I suoi amici più fidati lo avevano accompagnato fino ai confini delle terre degli uomini, poi lo avevano salutato definitivamente. La leggenda voleva che da quel punto in poi gli stessi dèi Taal e Ulric lo avessero raggiunto e insieme si fossero spinti verso l'incognito.

Da allora, però, del dio-imperatore non vi era stata più nessuna notizia.

Le date coincidevano ancora. Sigmar era scomparso e gli animi degli elfi si erano definitivamente placati. Nell'anno 741 del suo regno, Bel-Korhadris era tornato ad essere il re-studioso CHE LA STORIA AVREBBE RICORDATO e gli Asur avevano potuto cominciare a ricostruire la propria forza.

Tuttavia questo non era tutto. Gli elfi avevano ritrovato la loro pace in concomitanza con la ricomparsa di Azyr nel Vortice dei venti magici. Nessun mago elfo era riuscito a trovare una spiegazione a quell'evento, nonostante le PIÙ RINOMATE menti dell'epoca avessero fatto del loro meglio per rispondere a quelle domande.

Di quell'epoca di guerre senza senso restava un unico VERO successo militare per i popoli dell'Ulthuan: la fondazione della Cittadella delle Dune d'Oro, a nord della Baia dei Corsari, tra gli insediamenti che poi avrebbero dato origine alle città di Copher e Lashiek nelle terre d'Arabia.


*****

Il momento del ritorno di Teclis su Ulthuan era arrivato, il suo compito nelle terre degli uomini esaurito. Aveva cercato a lungo risposte che continuavano a sfuggirgli. Restava la sensazione che il destino del suo popolo fosse in qualche modo legato a quello del dio-re.
Mentre guardava la costa allontanarsi sempre di più all'orizzonte, il mago elfo non poté che ripensare a quegli anni trascorsi e a quanto lo avessero arricchito.
A differenza degli uomini, la sua vita avrebbe abbracciato migliaia di anni e, ne era sicuro, sarebbe riuscito un giorno a dipanare quell'enigma.
Last edited by Baldovino I on 13 Jan 2017, 13:32, edited 3 times in total.

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Baldovino I
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Re: Cronache e storie del "Mondo Nuovo"

Post by Baldovino I » 13 Jan 2017, 13:33

AVVISO! LA TERZA PARTE DEL CAPITOLO V È STATA INTEGRATA CON IMPORTANTI MODIFICHE. CONSIGLIO UNA SUA RILETTURA. PER FACILITARE L'IDENTIFICAZIONE DELLE PARTI MODIFICATE O AGGIUNTE, QUESTE SONO TEMPORANEAMENTE INSERITE IN MAIUSCOLO. TRA QUALCHE SETTIMANA, L'INTERO POST VERRÀ "RIFORMATTATO" PER SOSTITUIRE I CARATTERI MAIUSCOLI CON QUELLI MINUSCOLI.

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