[NARR1] Il Tranello, la Burla e la Beffa

Questa sezione è dedicata ai libri ed ai fumetti. Tra questi, come non citare il mitico Ratman ?!?
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Morgan
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[NARR1] Il Tranello, la Burla e la Beffa

Post by Morgan » 17 Mar 2011, 17:03

Mi iscrivo anch'io al contest con un racconto un po particolare che ho scritto approfittando del giorno di festa, parla di un uomo alla fine della sua vita che si è salvato dalla distruzione di Mordheim, buona lettura!





Tu che mi leggi, tu sei ancora del numero dei vivi; ma io che scrivo sarò da tempo partito verso la regione delle ombre. Poiché invero accadranno strane cose, segrete cose si conosceranno, ma prima che gli uomini le vedano, dovranno passare lunghi anni. E quando le avranno vedute, molti non crederanno, altri dubiteranno, solo alcuni troveranno da meditare sulle lettere che qui incido con uno stiletto di ferro prima di cadere nell’eterno riposo.
L’anno era stato pieno di terrore, e di sentimenti più forti del terrore che non c’è nome a dirli, sulla terra. Prima si erano avuti prodigi e segni, e da ogni parte, sulla terra e sulle acque, le ali nere della peste si erano spiegate in immensità. Quelli che leggevano negli astri sapevano che i cieli annunciavano sventura; ed io, Carl Carlsson, fra gli altri, vedevo come si era giunti a quell’ anno del secondo millennio dalla venuta del grande Sigmar. Né Credo d’ingannarmi se dico che lo spirito dei cieli si manifestava non solo sulla massa fisica della terra, ma sulle anime anche, e le fantasie e le meditazioni umane.
Ma noi nella nostra gloriosa stoltezza, non ce ne curavamo e avevamo orecchie solo per ciò che ci rendeva un aggradante agio. La vita che si era soliti condurre nella mia funesta città era incentrata su un turbine di spensierata follia nel quale tutti ci gettammo senza por tempo in mezzo.
Non ho intenzione di tracciare qui il corso delle mie sciagurate dissolutezze che sfidava ogni legge ed eludeva ogni sorveglianza. Anni di follia, spesi senza profitto alcuno, avevano radicato il vizio nel mio animo ed accresciuto, in modo quasi anormale, il mio sviluppo fisico, quando un giorno, dopo una settimana d’abbruttente stravizio, convitai alcuni dei più dissoluti signori a far baldoria in privato nelle sale del mio palazzo. Ci riunimmo di tarda sera, giacché la gozzoviglia doveva scrupolosamente protrarsi sino al mattino. Ci fu vino a torrenti, e naturalmente non mancarono altre e forse più pericolose dolcezze; tanto che ai primi deboli chiarori dell’alba noi toccavamo appena il culmine del nostro delirio di stravaganze. Furiosamente acceso dall’ubriachezza e dalla febbre del gioco mi accanivo a ripetere un brindisi della più insolente volgarità, quand’ecco l’impetuoso socchiudersi d’una porta e la precipitata voce di un domestico attiravano la mia attenzione. Una persona che pareva avesse molta fretta, mi disse il domestico, chiedeva di parlarmi nell’atrio.
Esaltato com’ero dal vino, l’inaspettata interruzione più che sorprendermi mi arrecò piacere. E tutto barcollante raggiunsi in pochi passi il vestibolo. Non c’era nessuna lampada accesa nella bassa stanzetta, e solo il vago chiarore dell’alba illuminava come poteva, passando per la finestra ad arco. Come posi il piede sulla soglia distinsi la figura d’un giovane ammantato d’un abito dal taglio all’ultima moda, proprio come quello che indossavo io in quel momento. Tanto mi fu possibile vedere in quella debole luce, ma non riuscii a distinguere i lineamenti del viso del giovane che, appena entrai, mi si fece subito addosso e afferrandomi per un braccio con un gesto di presuntuosa impazienza, mi sussurrò all’orecchio le due parole “Roderick Blaine”
In quell’attimo mi passò l’ubriachezza.
C’era qualcosa nel contegno dello straniero, nel suo trepido scuotere il dito sollevato dinanzi ai miei occhi contro la luce, qualcosa che mi riempì d’inetto stupore; ma non fu ciò, dico questo qualcosa, a sconvolgermi l’animo, sibbene l’esuberanza del solenne ammonimento che era in quel nome pronunciato con voce bassa e sibilante, e, soprattutto, il tono, il carattere, il significato di quelle poche sillabe, semplici e familiari, e pur nondimeno misteriosamente sussurrate, le quali, sollevando un nugolo di ricordi, mi investirono come una folgore. Non m’ero ancora riavuto dal colpo, che il visitatore si eclissava.
L’effetto che questo avvenimento produsse sulla mia immaginazione fu vivissimo, epperò altrettanto precario. Prima che l’intenso e impietoso vortice della dissoluta sconsideratezza divorasse il nostro ardore, eravamo uomini potenti e come tutti gli uomini di grande potere, su di noi gravavano grandi pesi e infide preoccupazioni.
Intorno a coppe colme di vino eravamo sette una notte entro le mura d’una nobile sala, in una tetra città il cui nome non oserò scrivere. Alla nostra stanza non v’era altro ingresso che un’alta porta di bronzo; drappi neri tesi tutto intorno nella malinconica stanza tagliavano fuori dalla nostra vista la luna, le stelle lugubri e le vie spopolate; allo stesso modo, però, non restavano esclusi il presagio e il ricordo del flagello. Accanto a noi, intorno a noi esistevano cose di cui non so dire: materiali e spirituali, pesantezza nell’aria, e il senso di soffocare, un’ansietà; soprattutto era quel terribile stato in cui vivono le persone nervose, quando, a pensiero assopito, i sensi son desti, e acutamente vivi. Un peso mortale ci opprimeva. Scendeva sulle nostre membra, si posava sui mobili della stanza, sui bicchieri nei quali bevevamo e tutto ne restava schiacciato, eccetto le fiamme delle sette lampade che ardevano sul nostro simposio, avevamo preso una decisione, Blaine sarebbe partito per discutere i nostri affari in terre lontane e dalla fama infausta. Ma non tornò mai.
Così senza quasi rendermene conto, l’indomani mattina cavalcavo alla volta della dimora di Lord Roderick Blaine
Mi trovai in una stanza dall’alto soffitto e ampissima. Le lunghe finestre gotiche erano così alte, sul nero pavimento di quercia, da divenir assolutamente inaccessibili. E la debole luce cremisi che traversava i vetri ingraticciati bastava appena a lasciar distinguere gli oggetti principali; gli occhi si sarebbero sforzati invano di raggiungere i lontani angoli della stanza, o i recessi della volta intagliata. Oscuri arazzi ricoprivano le pareti; c’era una profusione di mobilio, antico, ingombrante, logoro e sparsi ovunque libri e strumenti musicali che non riuscivano ad animare la scena. Mi accorgevo di respirare un’aria di pena: un’aria di buia malinconia, profonda e irrimediabile che sovrastava, e pervadeva ogni cosa.
Blaine, al mio ingresso, lasciò il sofà sul quale era sdraiato, e mi venne incontro con una calda vivacità che mi parve, al primo momento, fatta d’enfasi esagerata con qualche sforzo, per adempiere i noiosi doveri d’un uomo di mondo. Ma bastò che guardassi il suo volto, per convincermi della sua completa sincerità. Ci sedemmo; e, per qualche istante, siccome egli taceva, lo contemplai con un senso di spavento e di pietà. Certo, in un periodo tanto breve, nessun uomo aveva subito mai cambiamento terribile come questo Roderick Blaine! Potevo a stento persuadermi dell’identità di questo spettro che stava davanti a me, con il compagno della mia infanzia; pure, il suo viso aveva sempre avuto caratteristiche singolari. Il pallore eccezionale, gli occhi ampi e liquidi, pieni di luce, le labbra esangui e sottili, ma meravigliosamente disegnate; il naso affilato e lievemente ricurvo, dalle narici stranamente larghe per la sua forma; il mento modellato con delicatezza, e che tradiva, con la sua scarsa prominenza, un difetto di volontà; i capelli morbidi e fini, tutto questo, cui si aggiungeva l’enorme ampiezza della fronte, formava una fisionomia che non era facile dimenticare.
Ma, ora, un cambiamento così intenso vi era stato portato dall’accentuarsi eccessivo di quelle caratteristiche, che io non sapevo quasi a quale persona parlassi. Ora, la pallidezza da fantasma del volto, e il sorprendente splendore dello sguardo mi colpivano in modo speciale; e mi mettevano paura. Inoltre egli aveva lasciato che i suoi capelli sottili crescessero a piacer loro; vedendoli spumeggiare intorno al suo viso in mille fili selvaggi io non potevo, nonostante ogni sforzo, riferire questa strana immagine d’arabesco a una qualunque idea di semplice umanità.
Avverti subito nel contegno del mio vecchio amico qualche cosa d’incoerente, ossia d’inconsistente e mi accorsi presto come provenisse dal continuo tentativo, debole e senza speranza, di sormontare un’abituale trepidazione, un eccesso di agitazione nervosa. Nel contegno di Blaine si erano sempre alternate vivacità e debolezza; la voce che si perdeva sovente in un tremito d’indecisione (e, allora, pareva che gli spiriti vitali fossero del tutto scomparsi), saliva rapidamente a un tono di concisione energica, a una pronuncia acuta e dura, compatta e insieme vuota, a quell’articolazione gutturale ma perfettamente modulata, che si osserva nei più disperati bevitori e negli oppiomani incorreggibili durante i loro più intensi periodi d’eccitazione.
Fu dunque così che egli mi intrattenne attorno alle ragioni della mia visita, il desiderio ardente che aveva di vedermi, e il conforto che sperava di trovare in me. Abbastanza a lungo, parlò di quel che costituiva secondo lui la natura del suo male. Si trattava, secondo le sue parole, d’una ancestrale irrimediabile malattia; no, d’una semplice affezione nervosa, egli aggiunse immediatamente; che sarebbe certo scomparsa tra poco. Essa si manifestava con una moltitudine di sensazioni anormali; mentre me le citava, più d’una riuscì a interessarmi e a turbarmi; ma forse c’entrò molto il tono delle parole. Lo tormentava una morbosa acutezza dei sensi. Soltanto i cibi privi quasi di sapore gli riusciva di tollerare; soltanto di certe stoffe, si poteva vestire; il profumo dei fiori lo soffocava; gli occhi si sentiva torturati dalla più debole luce; ed ogni musica, salvo certi suoni degli strumenti a corda, gli dava orrore.
Appresi anche, per intervalli, e traverso confidenze rotte ed ambigue, un altro strano aspetto della sua situazione morale. Si sentiva incatenato a impressioni superstiziose - riguardanti una certa dimora, dalla quale non era uscito per molti anni - riguardanti un influsso della cui presunta potenza egli parlò con parole troppo tenebrose perché io le possa riportare qui; un influsso ch’erano riusciti ad ottenere su di lui, per via di lunghe sofferenze, talune caratteristiche della forma e della materia stessa della dimora avita; un influsso esercitato a poco a poco, sulla sua esistenza morale, dal fisico delle torri e dei muri grigi e della nera palude che li rifletteva.
Mi esortò infine a fuggire, a non tornare mai più nella mia tenuta ne nella mia città. Il suo sguardo era talmente intenso che penetrò i recessi più profondi della mia anima e toccò le corde più sensibili della mia coscienza. Mi alzai e presi congedo convinto, non so come, a cavalcare in direzione opposta alla mia terra. Spronai il mio destriero e galoppai a lungo mettendo in salvo la mia vita dalle fiamme dell’inferno che divorarono la mia città. Quando mi fermai, fui sorpreso di trovare nelle bisacce una vecchia lettera ingiallita. Era indirizzata a me, e portava la data di diversi anni prima.

Mio Caro Carlsson,
Sono finalmente giunto nella terra di Silvanya, alla corte del Conte Von Carstein, per discutere dei nostri numerosi affanni. Il Castello e la terra tutta sono ricchi come la fama che li precede; non appena giunto mi sono state aperte le porte d’una grande sala. Sparsi qua e là erano bassi scranni scolpiti d’ebano massiccio, divani e candelabri di forma orientale. Agli angoli della stanza si alzavano giganteschi sarcofaghi di granito nero, provenienti dalle tombe dei re di Khemri, con gli antichi coperchi ricoperti di immemoriali sculture. Ma dove ahimé rifulgeva la maggior fantasia era nei drappeggi della stanza.
Le pareti, prodigiosamente alte, anzi oltre ogni proporzione, erano coperte, dall’alto al basso, dalle grosse pieghe di una pesante tappezzeria, dello stesso tipo di quella che faceva da tappeto sul pavimento, da coperta sui divani e che avvolgeva di tende sontuose le finestre. Era un ricchissimo tessuto d’oro, a intervalli irregolari pezzato di figure in arabeschi di un piede circa di diametro, che spiccavano nel più lucido nero sull’oro del fondo.
Ma quei disegni non davano l’idea d’arabeschi se non da un solo punto di vista. Per mezzo di un processo forse oggi comune alle corti dei grandi principi ma che io non avevo mai veduto, quegli arabeschi eran fatti in modo da cambiare di aspetto. Per chi entrava nella camera avevano l’aspetto di semplici disegni mostruosi; ma avanzando, quel carattere gradatamente spariva, e come a passo a passo si cambiava posto nella stanza, ci si vedeva attorniati da una processione continua di quelle forme spaventose la cui invenzione si deve alle superstizioni dei norstmanni, o ai colpevoli sogni dei monaci. L’effetto fantasmagorico era alquanto accresciuto da una forte corrente d’aria artificialmente introdotta sotto la stoffa che dava al tutto una paurosa e inquietante animazione. Tale era la dimora e profondo il mio assopimento per il lungo viaggio che quando mi accorsi che il Conte era venuto a ricevermi lui era fermo a pochi passi da me.
Per quanto nel suo aspetto non vi fosse nulla di superiore o di inferiore ad un altro, pure un sentimento d’irreprimibile riverenza si mescolò alla sensazione di stupore ispiratami dalla sua vista. Egli è press’a poco della mia statura, misura cioè circa cinque piedi e otto pollici. Di costituzione è ben fatto e ben proporzionato, né particolarmente robusto, né notevole per altro verso; è l’intensa, stupenda, impressionante evidenza di una vecchiaia così assoluta, così estrema, che suscita nel mio spirito un senso, un sentimento ineffabile. La sua fronte, sebbene non molto solcata da rughe, sembra portare il suggello di miriadi di anni. I suoi capelli grigi sono documenti del passato e i suoi occhi anche più grigi sono sibille dell’avvenire.


Lord Roderick Blaine










Si ringrazia E.A. Poe per lo stile inconfondibile e l'ispirazione costante


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regina dei gatti
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Re: [NARR1] Il Tranello, la Burla e la Beffa

Post by regina dei gatti » 17 Mar 2011, 20:15

Bellissimo racconto. E complimenti per averlo concepito in un solo pomeriggio.
Molto introspettivo ed esageratamente ricco di dettagli che come dici tu alla E.A. Poe (di cui sono fan anchei io) fanno venire angoscia anche quando non sta ancora accadendo nulla.
Un racconto che gira tutto intorno al senso di colpa e alla paura.
Un finale incompleto che spinge il lettore a rileggere l'inizio del racconto alla ricerca di spiegazioni che non ci sono ma che si nascondono tra le righe.

Morgan
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Re: [NARR1] Il Tranello, la Burla e la Beffa

Post by Morgan » 17 Mar 2011, 22:55

Grazie regina, in realtà lo avevo già ben chiaro da un po, si tratta della storia di un personaggio del mio esercito (Lord Blaine) oggi l'ho solo "romanzata" e presentata dal punto di vista dell'amico Carlsson sotto forma di testamento in punto di morte, diciamo che volevo proprio ricreare un po di quel gusto gotico e misterioso tipico dell'ambientazione e che ultimamente si va un po perdendo, gran parte delle descrizioni poi si rifanno direttamente alle opere di Poe

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Re: [NARR1] Il Tranello, la Burla e la Beffa

Post by Orcry » 18 Mar 2011, 1:10

Complimenti vivissimi!

Poe piace moltissimo anche a me e ne hai ricalcato lo stile in modo molto riuscito, bravo! :clap:

Anche qui argomento vampiresco quindi... ci battaimo con la stessa "arma" nell'arena della letteratura. :punch: :lol:
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Re: [NARR1] Il Tranello, la Burla e la Beffa

Post by Godel » 18 Mar 2011, 17:38

per quel che mi riguarda, il vincitore

:clap: :clap: :clap: :clap:
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Morgan
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Re: [NARR1] Il Tranello, la Burla e la Beffa

Post by Morgan » 30 Mar 2011, 10:47

aggiungo la colonna sonora, a me piace molto, e poi è presa dal Poe del Cinema, stanley kubrick

Che si dia inizio alle danze

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